Le serrande abbassate
Tre città, due tempi diversi

Parlare di come le città ci cambiano è un tema enorme, e i temi enormi hanno un difetto: si prestano a generalizzazioni comode, che suonano bene ma non dicono niente. Per evitarlo serve qualcosa di concreto. Faccio come mi hanno insegnato i miei studi: parto da un fenomeno specifico, il più piccolo e ostinato che mi venga in mente, e provo a risalire da lì. Non è un ripiego, è un metodo. Partiamo.
Serrande abbassate, strade vuote, e io fermo nel mezzo, con la sensazione di aver sbagliato qualcosa. Dov’erano tutti? Sono uno studente universitario, lo sarò ancora per poco, e in pochi anni ho abitato tre città che ragionano in modi diversi — o meglio, in due, perché due di queste sono molto più simili di quanto potessi immaginare.
Potenza, dove il tempo è largo e le distanze si misurano in facce conosciute.
Torino, grande ma ancora a misura d’uomo, dove il supermercato aperto ventiquattr’ore era una specie di garanzia esistenziale: un gelato alle due di notte d’estate, latte e cereali in inverno, sempre a portata di mano. Mi disabituai a dare il giusto tempo alle cose: era diventato così semplice volere qualcosa e averla tra le mani prima ancora di capire se mi servisse davvero, che forse, in silenzio, stava facendo danni.
Poi Grenoble, più piccola di Torino, dove tutto chiude presto e la domenica non si discute: sei costretto a reinventarti, cercare un hobby, leggere, fissare il muro. Non nego che ci volle del tempo. Lo trovai frustrante, non ero più abituato. Ma dopo quasi un anno, seppur faccia ancora fatica sotto diversi aspetti, ho accettato questo modo di fare, e forse ne sto apprezzando i vantaggi.
Come faccio in ogni città che visito, il primo momento libero a Grenoble lo passai in esplorazione. Era una domenica d’agosto, mattina, zaino in spalla. Mi avviai per le vie della città e quasi subito qualcosa mi colpì, con la sensazione di un déjà vu che non riuscivo ad associare a nulla: il silenzio. tutto quello che potevo vedere e sentire era un silenzio assordante — cinguettii di uccelli, qualche anziano seduto all’ombra in cerca di sollievo dal caldo, un pugno di ragazzi in piazza a giocare. Fine.
Non volli arrendermi: da qualche parte bisognava pur cominciare, e come ci si immerge in una cultura nuova se non dal cibo? Decisi di cercare un supermercato, pensando di scoprire le differenze con casa mia. Fu lì che arrivò la scoperta: erano tutti chiusi.
Qui lo stop dal lavoro vale davvero per tutti: nel weekend nessuno viene disturbato. Cito ciò che disse il professore, il primo giorno, per introdurci ai nuovi usi:
«Per chi viene da fuori: non pensate di scrivermi nel weekend, godetevelo e lasciatelo godere anche a me».
Nessuno avrebbe risposto comunque, lo scoprii sulla mia pelle — e non fu maleducazione, piuttosto un patto. È giusto che qualcuno dedichi il proprio tempo allo sport, alla famiglia, al riposo, senza dover essere disponibile solo perché serve a me.
Il confronto più onesto, però, lo ebbi sulle aule studio, le biblioteche, gli spazi comuni per studiare. A Torino, in sessione, trovare un posto è sempre stato un’impresa: sveglia alle sei, code davanti ai cancelli, ragazzi accalcati per un tavolo e una sedia. Qui quella sensazione non l’ho mai provata: le persone sono meno, gli spazi disponibili più numerosi di chi potrebbe occuparli.
Non voglio sminuire Torino: è una questione di numeri. Credo però che proprio quei numeri permettano di disporre in modo diverso del tempo. Non puoi lasciare un milione di persone senza servizi: la maggior parte magari starà a casa, ma se anche una piccola parte è ampia, devi poterla accontentare, per il benessere di tutti.
Il ragionamento cambia se togliamo uno zero a quel numero: a quel punto gli outliers saranno sempre meno, e toccherà a loro adattarsi — perché in fondo cosa sono le città, se non lo specchio di chi le abita?
Ecco la generalizzazione che mi sento di azzardare: le città ci cambiano agendo sulla dimensione temporale del nostro essere.
Sono in grado di aumentare o diminuire gli stimoli che ci attraversano, in risposta alle necessità di chi le abita. Ti permettono di correre e dare il massimo sempre, o di fermarti, in risposta al tuo ambiente — e alla lunga quella grammatica diventa tua.
Cosa siamo noi, umani, se non una delle macchine più efficienti nell’adattarsi al proprio ambiente? Non abbiamo un habitat: ci siamo presi un pianeta, e in prospettiva forse non sarà nemmeno l’ultimo.
Tornando alla mia esperienza: è come se l’anello si fosse chiuso. In questa città nuova ho ritrovato i ritmi e le condizioni che avevo lasciato qualche anno fa, quando decisi di partire. E quel déjà vu del primo giorno, l’esplorazione andata “male”, finalmente so a cosa attribuirlo: alla mia città.
Non sono mai stato così lontano da casa. Non mi sono mai sentito così vicino.
Le città sono specchi d’acqua: cambiano forma solo quando cambia il ritmo di chi le attraversa.






