La Santa Eufemia di Irsina
Memorie di pietra

Realizzata nel Quattrocento in pietra di Nanto e alta 172 centimetri, la figura della santa si impone per la compostezza della postura e per l’eleganza delle proporzioni. La Santa appare come una giovane donna dal portamento nobile, avvolta in una veste verde salvia e in un ampio mantello dorato, il cui panneggio segue il corpo con un articolato gioco di pieghe. La lavorazione accurata interessa l’intera figura, anche nelle parti meno esposte allo sguardo, mentre la lunga capigliatura scende sulle spalle con una naturalezza sorprendente.
È tuttavia il volto a costituire il fulcro espressivo dell’opera. I lineamenti delicati, le labbra appena dischiuse e lo sguardo fiero restituiscono un’immagine lontana da una rappresentazione puramente devozionale. Nella giovane martire convivono dignità e sofferenza, fermezza e stupore. Anche le mani, sottili e affusolate, rivelano una raffinata attenzione alla resa anatomica.
L’iconografia della santa è affidata a pochi, ma eloquenti elementi. Il braccio destro è inserito nelle fauci di un leone, richiamo al martirio di Eufemia di Calcedonia, tradizionalmente collocato nel 304 durante le persecuzioni di Diocleziano. Con la mano sinistra, invece, la santa sostiene un piccolo rilievo con tre colli e un castello, riconducibile all’antica Montepeloso, oggi Irsina. La patrona diviene così anche simbolo della città, in un legame tra devozione e identità civica che attraversa i secoli.
A rendere la scultura ancora più singolare è la questione della sua attribuzione. Una delle ipotesi più prestigiose riconosce nell’opera la mano di Andrea Mantegna, mentre altri studiosi hanno proposto Pietro Lombardo, uno dei maggiori scultori attivi nell’Italia nord-orientale del Quattrocento. Il rapporto con Mantegna è particolarmente suggestivo, nel 1454 l’artista realizzò infatti una Sant’Eufemia dipinta, oggi conservata al Museo e Real Bosco di Capodimonte, a Napoli, la cui immagine presenta significative affinità con quella della scultura irsinese.
La presenza dell’opera a Irsina si inserisce nella vicenda di Roberto de Mabilia, sacerdote e notaio originario di Montepeloso, trasferitosi a Padova, dove entrò in contatto con l’ambiente culturale e artistico veneto. Fu attraverso la sua attività e le sue donazioni che nella città lucana giunsero opere di straordinario valore, creando un inatteso ponte tra la Basilicata e uno dei principali centri del Rinascimento italiano.
Il mistero sull’autore, dunque, rimane aperto. Eppure, al di là dell’esito definitivo del dibattito attributivo, la Sant’Eufemia conserva intatto il proprio valore: quello di un’opera capace di raccontare, attraverso la materia, l’intreccio tra fede, committenza, cultura e identità.
È in questo dialogo tra ciò che conosciamo e ciò che ancora resta da comprendere che risiede parte del fascino della scultura. A Irsina, lontano dai grandi centri in cui si costruì la fortuna del Rinascimento, una giovane santa continua così a custodire una storia che appartiene alla Basilicata, ma che conduce lo sguardo ben oltre i suoi confini.






