Una serata tra archeologia, stelle e teatro

La visita alla villa romana ubicata in agro di Tolve ci ha portato dentro una storia molto più grande delle pietre che avevamo davanti agli occhi.
Abbiamo scoperto che questo territorio era già attraversato da scambi e relazioni con il mondo della Magna Grecia prima della costruzione della villa romana. Le testimonianze archeologiche, tra cui ceramiche a figure nere e a figure rosse databili al IV secolo a.C., raccontano di un territorio tutt’altro che isolato, in rapporto con le grandi realtà della costa, come Metaponto e Siris. E non c’erano soltanto le strade. Anche i corsi d’acqua avevano un ruolo importante negli spostamenti e nel trasporto delle merci, collegando l’entroterra con il sistema fluviale che portava verso il Bradano e quindi verso la costa.
La villa prende forma nel I secolo d.C., in un periodo di relativa stabilità legato alla cosiddetta Pax Augusta, e non è semplicemente una residenza signorile. È un complesso abitativo ma anche produttivo.
Nel corso del tempo cambia più volte volto. Tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C. alcuni ambienti vengono trasformati in un vero impianto termale. Qui abbiamo incontrato parole come calidarium, suspensurae, praefurnium e ipocausto.
Le suspensurae erano piccoli pilastrini di mattoni che sostenevano il pavimento, lasciando sotto uno spazio vuoto nel quale circolava l’aria calda prodotta dal fuoco del praefurnium. In pratica, un sofisticato sistema di riscaldamento a pavimento.
Nelle fasi successive, quegli stessi ambienti vengono riutilizzati per attività produttive legate alla lavorazione della lana, una delle produzioni importanti della villa.
Abbiamo visto poi il grande triclinium, la sala principale per i banchetti e la rappresentanza, affacciato sul peristilio, il giardino interno circondato da un portico. E i mosaici, con le loro geometrie raffinate, ci hanno permesso di immaginare per un momento la villa quando era ancora viva, abitata e piena di attività.
La visita è stata accompagnata dall’archeologa Alessandra D’Eugenio, di ArcheoClub, che ci ha aiutato a leggere il sito non soltanto attraverso le strutture, ma anche attraverso le attività e i materiali che raccontano la vita quotidiana.
E proprio da qui sono nati anche i laboratori.
Abbiamo incontrato i telai, sperimentato la tessitura e visto piccoli telai inseriti tra gli alberi, quasi a portare fuori dal museo e dentro il paesaggio una delle attività produttive che appartenevano alla storia del luogo.
C’era poi il laboratorio della ceramica, un altro modo per entrare concretamente in contatto con materiali e tecniche antiche.
Mi è piaciuta molto questa idea: non limitarsi a raccontare l’archeologia, ma farla toccare con mano, attraverso piccoli gesti, materiali e pratiche.
La storia della villa si intreccia poi con quella delle grandi proprietà romane e con figure come Domizia Lepida, zia di Nerone e appartenente a una delle più importanti famiglie dell’aristocrazia romana. Una storia fatta di terre, proprietà, produzione, schiavi, potere e rapporti con la corte imperiale.
Anche il riferimento alla vicina Masseria Ciccotti ci ha aiutato a comprendere quanto fosse articolato questo territorio e quanto importanti fossero queste grandi proprietà agricole.
Ma la serata non è finita con l’archeologia.
È arrivato Domenico Colucci con il suo kamishibai, il tradizionale teatrino giapponese delle immagini, e la storia di Federico II.
E lì è successo qualcosa di diverso.
Domenico non si è limitato a raccontare la storia: l’ha messa in scena. Le immagini scorrevano nel teatrino e, mentre raccontava, costruiva intorno alla storia un piccolo mondo sonoro. I rumori arrivavano da fuori scena, prodotti da lui stesso, e accompagnavano le immagini creando una piccola magia artigianale.
Per qualche minuto non sembrava più di assistere a una lezione di storia: la storia era diventata teatro.
DI BASILICATA
E poi è arrivato il Circus Crusco.
A quel punto la scena è completamente cambiata.
Musica, cestini, teli stesi sull’erba e noi tutti distesi a guardare il cielo. Le ragazze ballerine sospese tra cielo e terra sembravano figure uscite da un racconto antico. Noi, sotto di loro, con gli occhi rivolti verso l’alto e le stelle sopra di noi.
Mi è venuto da pensare ai lucani come a dei piccoli hobbit, raccolti sulla terra, con i cestini accanto, immersi nella bellezza del paesaggio e nell’immensità del cielo.
C’erano i fuochi, la musica, le stelle e quelle figure femminili sospese nell’aria, quasi creature della terra e degli astri. Una presenza un po’ magica, senza bisogno di spiegarla troppo.
E forse è stato proprio questo il bello della serata: passare dalle pietre della villa, ai telai e alla ceramica, dalla storia raccontata da Domenico Colucci fino alle stelle, senza mai uscire davvero da quel paesaggio.
Una serata capace di mettere insieme archeologia, artigianato, teatro, musica, danza e natura, e di farci partecipare invece di lasciarci semplicemente a guardare.
E noi lì, semplicemente, a goderci tutto questo.






