L’oro bianco della Val d’Agri: Sarconi e la cultura del territorio
Oltre la festa di paese: come una sagra quarantennale ha trasformato un legume d’eccellenza nel simbolo del riscatto agricolo lucano

L’evento, che trasforma il centro storico del borgo in un percorso a cielo aperto tra degustazioni, mostre e spettacoli, affonda le sue radici in una vocazione agronomica antichissima. Favorito da un microclima unico, caratterizzato da estati fresche ed elevate disponibilità idriche nei terreni di fondovalle, il Fagiolo di Sarconi si distingue per la sua straordinaria varietà ecotipica: dai classici cannellini fino alle tipologie locali più antiche e pregiate come il Tuvanneddu, il Tabacchino e il celebre Ciuoto (o Regina). Quest’ultimo custodisce anche una curiosa storia linguistica: se nel dialetto potentino e lucano l’epiteto “ciuoto” è storicamente associato a un’offesa bonaria per indicare una persona tonta o credulona — nomignolo con cui i paesi vicini canzonavano ironicamente i sarconesi dedicati alla terra —, la comunità locale ha saputo ribaltare lo stereotipo, battezzando con quel nome il proprio legume più nobile e trasformando uno sberleffo in un vanto d’identità. Si tratta di cultivar che hanno ottenuto l’ambito riconoscimento dell’Indicazione Geografica Protetta (IGP), a testimonianza di un legame indissolubile con il territorio e con tecniche di coltivazione tradizionali — come l’uso dei caratteristici pali di legno per il sostegno delle piante rampicanti — che tramandano una sapienza contadina altrimenti a rischio di estinzione.
Nel panorama degli appuntamenti estivi regionali, l’esperienza di Sarconi rappresenta un modello virtuoso di valorizzazione locale. In un’epoca in cui il turismo cerca autenticità, sostenibilità e storie reali a chilometro zero, la manifestazione riesce a coniugare il richiamo enogastronomico con la riscoperta dei luoghi e il “turismo del ritorno”, richiamando a ogni edizione non solo visitatori dalle regioni limitrofe ma anche tanti emigrati lucani. Lungo i vicoli del borgo, il cibo non è mero consumo, ma elemento identitario e racconto collettivo: il lavoro dei produttori incontra la ristorazione di qualità, mentre la piazza si riappropria della sua funzione primaria di spazio di socialità intergenerazionale.
Le sagre estive, quando conservano la coerenza del proprio impianto culturale, non sono semplici parentesi folcloristiche. La vicenda di Sarconi dimostra come la difesa della biodiversità e la tutela delle tipicità agroalimentari possano trasformarsi in un presidio fondamentale contro lo spopolamento. Celebrare la terra e i suoi frutti a Sarconi significa rivendicare il valore dell’agricoltura di qualità e ricordare che il futuro della Basilicata passa anche, e soprattutto, dalla capacità di fare rete attorno alle proprie eccellenze.






