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Il profumo della nonna

Memorie vive

da | 16 Mag 2026 | Educazione e Sport

La mattina era scivolata via veloce, come sempre, e ormai si avvicinava l’ora di pranzo. In cucina, la madre si fermò un istante davanti al frigorifero aperto, con quello sguardo sospeso che hanno le casalinghe quando cercano un’idea più che un ingrediente. Poi sorrise, come se un pensiero le fosse arrivato da lontano.

«Oggi preparo la ciambotta», disse tra sé, ma abbastanza forte perché la sorella, seduta al tavolo, potesse sentirla. La zia alzò lo sguardo dal giornale. «La ciambotta della mamma», disse. E nel dirlo, la sua voce si addolcì, come se quel nome avesse il potere di riportarla indietro di anni.

La bambina, che fino a quel momento stava disegnando in silenzio, sollevò appena la testa. Non conosceva la nonna, ma ogni volta che la mamma o la zia la nominavano, le sembrava che una presenza invisibile si muovesse nella stanza, come un’ombra buona che abitava ancora quelle mura.

La madre iniziò a disporre le verdure sul tavolo, una accanto all’altra: i peperoni carnosi, la melanzana scura, le patate grandi, le zucchine dell’orto, la cipolla fresca, una testa d’aglio, i pomodorini maturi, il peperoncino. Poi basilico, origano, pepe. La zia la osservava, e intanto ricordava.

«Ti ricordi quando andavamo dalla mamma per qualche giorno? Bastava entrare in cucina per capire che ci stava aspettando. La ciambotta era il suo modo di dirci che eravamo a casa.»

La madre annuì. «E puntuale arrivava la vicina…»

La zia scoppiò a ridere. «Come dimenticarla! Entrava sempre senza bussare, attirata dal profumo. “Come la stai preparando? Hai mis’ questo? Hai mis’ quello? Le zucchine so’ quedd’ dell’orto?” E poi iniziava a raccontare che quell’anno erano cresciute meglio del solito, che la pioggia, che il sole…»

La madre, mentre tagliava le verdure, sorrideva. «La mamma la lasciava parlare, ma intanto continuava a mastrià’, come solo lei sapeva fare. Ogni gesto era preciso, sicuro. Sembrava che le verdure la ascoltassero

La bambina si avvicinò al tavolo. Non disse nulla. Guardava le mani della madre muoversi, e sembrava affascinata da quel ritmo lento e antico. La zia la osservò con tenerezza.

«Vieni, amore», disse la madre. «Vuoi aiutarmi a mettere tutto in fila? Così impari anche tu come lo faceva la nonna.» La bambina annuì. Le sue dita piccole toccarono una zucchina, poi un pomodorino. Era come se stesse entrando in una storia che conosceva già, pur non avendola mai vissuta.

Quando la padella iniziò a scaldarsi, il profumo dell’aglio e della cipolla riempì la cucina. La zia chiuse gli occhi un istante. «Questo odore… è lei», mormorò. La madre aggiunse i pomodorini, poi le verdure, mescolando piano. Il mestolo batté sul bordo della pentola: tac, tac, tac. Un suono semplice, ma capace di evocare un mondo.

«La mamma lo faceva sempre», disse la zia. «Era il suo modo di dire che nulla andava sprecato. E che il pranzo era quasi pronto.»

La bambina ascoltava in silenzio. Non capiva tutto, ma sentiva che quel suono apparteneva anche a lei. La madre abbassò la fiamma. «Adesso la ciambotta deve cuocere piano. Ha bisogno del suo tempo.»

La zia si avvicinò alla bambina e le accarezzò i capelli. «Vedi, tesoro? La tradizione non è solo una ricetta. È una storia che passa da una mano all’altra. E oggi la nonna è qui, con noi.»

La bambina sorrise. E in quel sorriso c’era la certezza che, anche se non l’aveva mai vista, la nonna continuava a vivere in quel profumo, in quel gesto, in quel piatto che stava prendendo forma.

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