Lettera al direttore: Il futuro che voglio lasciare ai miei figli

Le scrivo come padre prima ancora che come cittadino. Ho due figli che crescono in una Basilicata che ama, ma che a volte mi pesa sul cuore. Li guardo studiare, immaginare il loro domani, e mi chiedo se avranno lo spazio per costruirlo qui, dove i nostri padri hanno seminato futuro con le mani nude. Mi chiedo se restare sia alla portata di chi ci prova, e se chi parte possa davvero pensare di tornare.
La verità è che appartengo a una generazione che ha creduto di poter consegnare ai figli un passaggio più semplice, più giusto, più sicuro. E invece mi ritrovo a fare i conti con un fallimento diffuso, con una nuova età dell’abbandono per creare opportunità, per difendere i sogni che si svuotano, per immaginare un domani prima che fosse troppo tardi.
Non lo dico per lamentarmi, ma per cercare. Perché in fondo non abbiamo smesso di pensare, di inventare, di sperare. Abbiamo bisogno di fare insieme, ricominciare, credere davvero. Non per seguire modelli che non ci appartengono, ma per costruire un modo nostro di stare al mondo. La Basilicata, l’Italia, l’Europa: un vecchio laboratorio di storie che si stanno perdendo.
La testardaggine di chi non molla, la capacità di rialzarsi, i frammenti di bellezza che resistono anche quando tutto sembra crollare. Vorrei che i miei figli potessero restare, tornare, inventare nuove geografie e nuove giustizie. Vorrei che ci fosse spazio per chi lavora, per chi studia, per chi sogna, per chi si impegna. Vorrei che potessero credere che la Basilicata non sia un limite, ma un laboratorio. Vorrei che potessero credere che il futuro non è altrove, ma qui, nel coraggio, nel tempo, nella fiducia di rimettersi in cammino. Perché ogni storia condivisa è un pezzo di futuro che si mette in comune. E perché, insieme, si può ancora molto dare – se impariamo a costruirci insieme.
Un padre lucano.







