Il silenzio che risponde
Ciò che l’Erasmus insegna e nessun corso può insegnare

C’è un momento, certe sere, in cui mi guardo seduto a tavola e quasi non ci credo. Sto parlando con qualcuno che non parla la mia lingua, arrivato dall’altro capo del mondo, un paese remoto della Cina, del Libano, del Marocco… e mi sta raccontando, con la serietà di chi confida un segreto, cosa ha cucinato due giorni fa. Ci siamo incontrati qui, per caso. E ora lo chiamo amico. Per un istante mi prende l’incredulità, poi cala il silenzio. E in quel silenzio, semplicemente, sono contento.
Comincio da qui perché è qui che si capisce cosa sia davvero un’esperienza all’estero. Non nei corsi, non nei crediti, non nelle aule: la cittadinanza europea non si forma in un’aula. Su questo, partiamo da fermi. Si forma altrove, e a caro prezzo. Scegliere di andare lontano dalla propria zona di comfort significa accettare, dal primo giorno, una catena di piccole o grandi rinunce, rinunce che ti ricordano di continuo quanto sei distante da casa e dall’amore. L’alloggio spartano. La burocrazia in una lingua che mastichi a fatica. L’angolo cottura condiviso con altre persone, dove perfino contendersi un fornello diventa un esercizio di diplomazia. Sono dettagli, ma si sommano, e giorno dopo giorno fanno nascere la stessa domanda onesta: ne vale davvero la pena?
La risposta, curiosamente, arriva dal silenzio. Basta provare a immaginare l’altra versione di me, quella rimasta dov’era, che quel passo non l’ha mai fatto. E lì non c’è niente. Tutto tace. Quel silenzio è la risposta: mi racconta che, anche quando le giornate vanno storte, e capita, troppo spesso, di vederle andare storte, la scelta era quella giusta. O almeno quella che credevo più giusta per me. E che, nonostante tutto, sono dove volevo essere. È un’esperienza fatta di alti e bassi, come tutte. Solo che qui i picchi sono amplificati: si cade più in basso e si sale più in alto. E in cima c’è di nuovo quella tavola, quelle facce, quel silenzio contento.
C’è una cosa, però, a cui non rinuncio. In mensa non prenderò mai “la pasta”: sarebbe come consegnare spontaneamente il passaporto. È un’ostinazione quasi comica, ma dice una verità seria. Solo chi sa bene da dove viene può permettersi di lasciarsi stupire da chi viene da altrove, senza sentirsi minacciato. L’identità non si difende chiudendola a chiave; si scopre nell’incontro. E ti accorgi, allora, di guardare le persone in modo diverso, di sospendere quei giudizi che fino a poco prima avresti dato per scontati su una nazionalità, un accento, un modo di stare al mondo.
Il punto d’incontro, spesso, è la materia che studi: un problema sul tavolo, una passione condivisa che mette tutti sullo stesso piano a prescindere da dove sei nato. È su quel terreno comune che si costruiscono rapporti solidi, duraturi, di reciproca fiducia. E questo, davvero, non ha prezzo. Qualcosa, intanto, cambia per sempre. Smetti di ragionare per “noi” e “loro”. Quando tornerai e sceglierai, voterai, lavorerai lo farai sapendo che dietro ogni confine c’è qualcuno che, una sera, ti ha cucinato quella cena o con cui hai condiviso quella tavola. Non è un dettaglio sentimentale: è il modo concreto in cui si immagina un futuro condiviso.
Il programma, del resto, porta il nome di Erasmo da Rotterdam, che cinquecento anni fa attraversava Europa convinto che il sapere non avesse confini. La cittadinanza europea, alla fine, non è un documento. È la capacità di sederti a una tavola con il mondo e, nel silenzio, chiamarla casa.
Erasmo da Rotterdam (1466‑1536)
Umanista e teologo olandese, fu il simbolo del pensiero libero e del dialogo tra culture nel Rinascimento europeo. Viaggiatore instancabile, cercò ovunque la verità della ragione e della fede.
“Il mondo intero è la nostra patria comune.”







