Donato Sabia
Il passo che resta

Nella storia dello sport lucano ci sono vite che brillano più dei risultati che hanno conquistato. Tra queste, quella di Donato Sabia è un esempio raro di talento, sacrificio e dignità. Nato a Potenza l’11 settembre 1963, cresciuto in una terra priva di piste moderne, di centri specializzati e di riferimenti tecnici adeguati, Sabia riuscì a trasformare i limiti del contesto in una spinta propulsiva. Ogni traguardo raggiunto valeva doppio, perché doppia era la fatica necessaria per arrivarci.
Mezzofondista e velocista, Sabia seppe imporsi nel panorama nazionale e internazionale con una naturalezza che nascondeva anni di allenamenti durissimi, spesso in solitudine. Nel 1984 conquistò il titolo europeo indoor negli 800 metri a Göteborg, aprendo una stagione irripetibile: il primato mondiale dei 500 metri (1’00”08), rimasto imbattuto per quasi tre decenni, e il suo straordinario 1’43”88 negli 800, ancora oggi una delle migliori prestazioni italiane di sempre. Nello stesso anno raggiunse la finale olimpica a Los Angeles, impresa che ripeté a Seul nel 1988: unico italiano nella storia a riuscirci due volte consecutive.
Eppure, ciò che rende Sabia un modello non è la collezione di tempi e piazzamenti. È la sua abnegazione, la capacità di resistere agli infortuni, ai limiti strutturali, alle tentazioni facili. Nel 1987, dopo l’ennesimo problema fisico, rifiutò il doping e denunciò le pressioni ricevute: un gesto che racconta più di qualsiasi medaglia. Allenato da maestri come Carlo Vittori e Sandro Donati, fu definito il “Mennea lucano”, ma la sua identity sportiva era unica: un atleta che correva contro il cronometro e contro le ingiustizie.
Terminata la carriera, Sabia divenne tecnico e formatore, portando la sua esperienza fino ai Giochi di Sydney con la Federazione maltese. Continuò a restituire allo sport ciò che lo sport gli aveva dato, con la stessa umiltà che lo aveva accompagnato in pista. La sua scomparsa l’8 aprile 2020, nello stesso ospedale dove era nato, ha lasciato un vuoto profondo. Ma il suo esempio resta: in Basilicata, dove ogni risultato pesa il doppio, Sabia ha dimostrato che il sacrificio può diventare destino, e che il passo più importante non è quello che taglia il traguardo, ma quello che insegna a non fermarsi.







