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La biodiversità lucana: un’eredità viva che chiede futuro

Identità rurali e cultura dei luoghi

da | 16 Mag 2026 | Ambiente e Benessere

La biodiversità non è solo un patrimonio naturale: è una storia che continua a parlare, un’eredità che il territorio custodisce da secoli. Nei suoi paesaggi – dalle coste ai boschi d’Appennino – convivono ecosistemi diversi, specie rare, tradizioni agricole antiche e un sapere contadino che ha modellato l’ambiente con rispetto e ingegno. Oggi questa ricchezza non è soltanto da proteggere: è da rilanciare, trasformare, raccontare.

Nel tempo, la Regione e l’ALSIA hanno costruito un repertorio regionale del patrimonio genetico, uno strumento che raccoglie e tutela le varietà locali, ma soprattutto restituisce la profondità culturale che le accompagna. Perché la biodiversità non è fatta solo di specie: è fatta di storie, di gesti, di parole. E proprio le parole – i nomi dati dai contadini – rivelano quanto questo patrimonio sia radicato nella vita quotidiana delle comunità rurali.

I nomi delle varietà tradizionali non sono mai casuali. Nascono dall’occhio dei contadini, che hanno sempre classificato le piante attraverso ciò che conoscevano meglio: forme, colori, somiglianze, ricordi. Così un melo diventa Cetriolo o A Ciuccio, un fagiolo Sangue di Porco, una pera Caciocavallo. Sono parole che raccontano un rapporto intimo con la terra, un modo affettuoso e immediato di riconoscere ciò che era prezioso per la comunità.

Dentro questo patrimonio convivono gli olivi Carpinella, Fruscillo, Groia, Racioppa e le Romanelle ; i meli Cerrata, Maiatica, Limoncella, San Francesco, San Giovanni, Ghiaccio, Zito, Pane, Acqua ; i peri Agostino, Arancio, Balcone, Lardaro, Scarrafone, Melone, Paccona. Accanto a loro i fichi Troiano Bianco e Triano nero, il noce a buccia tenera, i castagni da frutto, il finocchio semiselvatico, il carciofo romanesco, il rafano, la pastinaca, la zucca vernile, il cece grande e una costellazione di fagioli dai nomi vivaci come Marrozzo, Marrucheddu, Lattina, Quagliandriedd, Panzaredda. Completano il quadro il lampagione, i peperoni Paparella dolci e piccanti, i pomodori nostrani, la melanzana africana di Rotonda, le patate bianche e rosse, insieme ai cereali Maiorche, Caroselle, Bianchette, Saragolle, Cappelli, Rossie, Francesca e il mais Novantino.

Questi nomi non sono semplici etichette: sono un archivio di cultura popolare, un patrimonio etnografico che racconta come le comunità abbiano osservato, selezionato e custodito le proprie varietà. Ogni nome è un indizio, un’immagine, un frammento di memoria che collega la pianta a chi l’ha coltivata, protetta, tramandata.

Ed è proprio da qui che nasce la sfida contemporanea: trasformare questa eredità in opportunità. Valorizzare le varietà locali significa aprire nuove strade nel marketing territoriale, creare prodotti identitari, percorsi turistici e culturali che uniscano sapori, storia e saperi. Significa costruire un futuro in cui la ricchezza agricola non è solo conservata, ma diventa motore di sviluppo capace di parlare ai giovani, alle imprese, ai visitatori. La biodiversità diventa valore quando si traduce in consapevolezza. E la consapevolezza nasce dal riconoscere che le opportunità migliori arrivano proprio da ciò che più ci rappresenta. Le origini non sono un punto di arrivo, ma un punto di partenza: da esse nasce la forza di innovare senza perdere la memoria, di creare futuro restando fedeli alla propria identità

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