
Michelangelo Da Merisi, in arte Caravaggio, è stato uno dei più grandi e influenti artisti della storia dell’arte. Le sue esperienze sono state opulente di incredibili vicende, emozioni forti, moltissimi colpi di scena. Si tratta di vita vera: di arte, di violenza, di santi, di prostitute, di bettole e di sale principesche, di preti (…) La storia di Caravaggio è una storia intrinseca di autenticità, di luci e di ombre, proprio come le luci e le ombre delle sue meravigliose opere. La storia di un uomo, tra il XVI e il XVII secolo, in cui la passione, la violenza e la morte rendono la sua anima carica di emozioni in conflitto tra loro.
In Basilicata, un anno e mezzo fa circa, è arrivata una notizia che ha suscitato clamore in tutto il mondo dell’arte: un lavellese, Antonello Di Pinto, artista e intercettatore di opere d’arte, ha ritrovato un’opera di Caravaggio in Spagna, a Madrid, presso la Casa D’Aste Ansorena. Attualmente si discute della possibilità di portare questo capolavoro in Italia, con una temporanea esportazione per una mostra.
Nel novembre 2022, è uscito il film “L’ombra di Caravaggio”, che ha riscosso un gran successo, diretto dal grande regista Michele Placido, ambientato nell’Italia del XVII secolo, quella in cui l’artista era noto sia per la sua genialità che per il suo carattere ribelle. L’artista Antonello Di Pinto ha reso omaggio al film di Michele Placido con un dipinto che rappresenta i personaggi del film, di cui è rimasto profondamente colpito.
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Quali emozioni ha provato durante la proiezione del film?
Le emozioni sono state tante, alcune sono inenarrabili: avendo studiato questo artista per lunghi decenni (a tredici anni iniziai il liceo artistico), sono sempre rimasto affascinato dal suo modo molto singolare, molto originale, di porsi nella Storia dell’Arte. Ho provato emozioni profonde guardando le ambientazioni del film. Michele Placido ha lavorato oculatamente sulle ambientazioni, andando a studiare le atmosfere seicentesche, mettendole in luce: ambienti trucidi, viziosi, in cui Caravaggio “sguazzava” appena arrivato a Roma. Dopo aver avuto l’opportunità, da parte del Cardinale Francesco Maria Bourbon del Monte Santa Maria, di andare ad abitare a Palazzo Madama (come ospite del Cardinale, che diventa suo mentore) Caravaggio mette in luce la sua personalità controversa, borderline. Avendo avuto la possibilità economica, e la sua famosa “spada da lato” (abitando a Palazzo Madama aveva il diritto di portarla) fa emergere la sua personalità molto forte. Guardare il film del regista Michele Placido, mi ha proiettato nell’epoca del Seicento, ho guardato con grande trasporto tutto ciò che è avvenuto in quei tempi.
In che modo il film di Michele Placido mette in luce l’attualità dell’artista?
Caravaggio, oggi, è uno degli artisti più compresi della Storia dell’Arte: lui ha parlato un linguaggio semplice. Un grande professore che parla a una platea, se usasse paroloni inattesi, non riuscirebbe mai a farsi comprendere, vedrebbe la noia nel pubblico. Caravaggio, essendo stato un grande professore della sua epoca, parlava un linguaggio chiaro, mai complesso, quello che ognuno poteva comprendere. Alla chiesa non interessava una persona che parlasse un linguaggio così semplice: i pittori, all’epoca venivano ingaggiati per educare e indottrinare il popolo analfabeta. Lui, anziché parlare il linguaggio della chiesa (in piena epoca della Controriforma, alla fine del Cinquecento, in cui si prende atto della dottrina luterana) caratterizzato da dogmi e da personalità spirituali, parla dei reietti, mettendo in evidenza i loro piedi sporchi, callosi. Il linguaggio di Caravaggio, disatteso in quei tempi, diviene attuale oggi. Quando ognuno di noi osserva un’opera di Caravaggio, non ha nulla da comprendere, da decifrare: è tutto “scritto”, è tutto molto chiaro in quelle persone dall’aspetto umile.
Grazie a questo film, è stato possibile, secondo lei, cambiare il modo di concepire la rappresentazione del sacro nelle opere di Caravaggio?
Sì, ciò che non è mai emerso della personalità di Caravaggio è la sua spiritualità. Michele Placido ha saputo raccontarla in un modo davvero singolare, non si è focalizzato sul carattere irruento e “scoppiettante” dell’artista, ma ha dato risalto alla sua interiorità. Caravaggio era molto indottrinato a livello di catechesi; da bambino svolgeva le catechesi con Costanza Sforza Colonna (lei aveva visto nell’artista delle doti, delle peculiarità) che è stata una figura importante nella sua vita (l’ha protetto quando è stato condannato a morte, dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni). Quando, tramite il suggerimento di Costanza Sforza Colonna, Caravaggio viene mandato all’apprendistato nella bottega di Simone Peterzano (pittore famoso all’epoca e allievo di Tiziano), anche in quella sede vi era l’ora di catechismo, in cui venivano lette le Sacre Scritture. Caravaggio era molto spirituale, ma vedeva il Cristo come un ragazzo che si può incontrare per strada. I soggetti che rappresenta nelle sue opere sono persone che s’incontrano tutti i giorni.
Un suo pensiero sull’attore Riccardo Scamarcio, che è Caravaggio nel lungometraggio.
Riccardo Scamarcio è stato molto bravo nell’interpretare un ruolo così difficile. Michele Placido ha visto una forte somiglianza di Caravaggio nell’attore. Interpretare un artista dal carattere irruento, spirituale, sentimentale, non è affatto semplice. I contatti che Caravaggio aveva con le prostitute li trasformava in arte, le raffigurava nei volti della Madonna. Michele Placido, per quanto riguarda l’ascensione della Vergine, ha narrato che, Caravaggio prese una prostituta annegata nel fiume Tevere, con il ventre gonfio dovuto alla morte o all’ingestione di acqua, e la fece diventare la Vergine. In quella scena, in cui Scamarcio è stato eccezionale, io mi sono particolarmente commosso.
Placido ricostruisce tutta la vita di Caravaggio focalizzandosi su una metafora: il contrasto tra luci e ombre.
L’uomo e l’artista sono due entità in contrasto tra loro: le luci e le ombre emergono molto nel personaggio di Caravaggio. I grandi artisti parlano tramite l’arte. La loro vita terrena ha contato poco per loro, è stata contraddistinta da molta sofferenza. La loro intensa sensibilità fa emergere la meraviglia dell’arte, ma la loro personalità viene attaccata dal male di vivere.
Da esperto di arte, ritiene che l’atmosfera e le immagini dell’arte, nel film, si avvicinino molto a quelle caravaggesche?
Michele Placido, essendo un grande attore di teatro, crea abilmente suggestive atmosfere teatrali, e lo fa con costumi particolari e movenze degli attori, che rendono il tutto molto affascinante, molto teatrale. Alla fine del film, vi è una figura, una sorta di antico Pierrot, che canta. Quella figura dimostra la tragedia che decanta il momento della morte, della fine di Michelangelo Da Merisi, in arte Caravaggio: Michele Placido racconta una morte inattesa. Attraverso precedenti pubblicazioni, abbiamo sempre studiato la morte di Caravaggio causata dalla malaria- contratta a Napoli nel 1609- acuita, poi, nei pressi della Taverna Cerriglio, dall’aggressione di tre energumeni che lo sfregiano in volto e gli danno una coltellata all’addome. Si presume che questi tre energumeni potessero essere dei parenti di Ranuccio Tomassoni (lo afferma Michele Placido nel film). Dopo sei mesi circa, Caravaggio ottiene il nulla osta da parte di Scipione Caffarelli-Borghese e del Papa, e parte da Napoli per recarsi a Porto Ercole, porta con sé alcuni dipinti per omaggiare il Papa, lo stesso che gli aveva dato una seconda opportunità: il perdono papale. Michele Placido inventa l’incontro di Caravaggio con Giordano Bruno nelle carceri romane: una scena bellissima. Le due figure, in effetti, hanno vissuto la stessa epoca. Il colloquio tra di loro, nel film, diventa molto intimo, molto forte.
La prima cosa che le ha detto Michele Placido quando ha visto l’opera che rappresenta il suo film?
Quando Michele Placido è venuto nel mio studio e ha osservato l’opera, la prima cosa che ha detto: “C’è Brenno, mio figlio!”.
Brenno Placido, secondo me, è stato un attore straordinario nel film, ha interpretato Ranuccio Tomassoni che è stata la causa di tutti i mali di Caravaggio: durante una partita di pallacorda, Caravaggio lo ferisce in un posto che veniva chiamato, all’epoca, “il pesce della coscia”, che è l’arteria femorale, e gli provoca la morte. Dopodiché Caravaggio fugge a Napoli, e trova rifugio nei quartieri spagnoli (…) Ma siamo solo a metà della storia.


