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Quando l’amore viaggia in un barattolo

Storie di studio, arte e volontariato

da | 28 Mag 2026 | Culture Territoriali

Per noi fuorisede arriva, prima o poi, un momento in cui la geografia smette di essere un ostacolo e si trasforma in un ponte di cartone e nastro adesivo marrone. Per me, che vengo da Potenza, quel ponte attraversa le strade della Basilicata per arrivare fin qui, nel mio appartamento condiviso, portando con sé l’odore di casa che sfida chilometri e solitudini.

La mia settimana tipo è un susseguirsi di scatolette, surgelati mangiati direttamente nella teglia e quella pasta al pesto industriale che ormai ha il sapore della rassegnazione. Poi, arriva la telefonata. Mia madre non mi chiede mai “come va l’università?” come prima domanda. Il suo esordio è un dogma universale: “Tutto bene? Hai mangiato?”. Quando rispondo che il frigo piange, scatta la frase: “Ti sto mandando due cosine”. E io so già che quelle “due cosine” peseranno venti chi.

Mentre scaldiamo il primo contenitore, la cucina cambia volto. Per un attimo, non siamo più due studentesse stanche in una città che va troppo veloce. Siamo una piccola famiglia che condivide una porzione di Basilicata.

Mangiare quelle cose non è solo nutrirsi; è un modo per accorciare le distanze. Ogni boccone è la prova che, nonostante io sia lontana, c’è qualcuno che si prende cura di me. I miei genitori non sanno scrivere poemi, ma sanno incastrare perfettamente un contenitore di melanzane sott’olio tra un pacco di pasta e un pezzo di carne. Il pacco da casa è la forma più pura di resistenza alla nostalgia. È la dimostrazione che l’amore, a volte, ha la forma di un barattolo di vetro e il sapore di un pranzo della domenica, capace di far sembrare la mia stanza a centinaia di chilometri da Potenza, finalmente, un po’ più simile a casa.

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