Il seicento lucano
La voce che il castello non riuscì a imprigionare Potenza, le storie municipali e la voce viva di Giuseppe Donato Rendina

Il Seicento in Basilicata è un secolo che spesso immaginiamo lontano, fatto di dominazioni straniere, controriforma e poteri feudali. Eppure, se ci avviciniamo alle pagine dei cronisti dell’epoca, scopriamo un mondo sorprendentemente vivo, raccontato da chi lo ha attraversato in prima persona.
Potenza, allora una piccola città arroccata e fiera, diventa il centro di una narrazione nuova: quella delle storie municipali, testi che non si limitavano a registrare fatti, ma cercavano di dare voce all’identità di una comunità.
Tra questi narratori, il più appassionato e instancabile fu Giuseppe Donato Rendina, nato nel 1608 e cresciuto tra il seminario, le chiese e gli archivi della città. Rendina non era uno storico nel senso moderno del termine: era un uomo del suo tempo che sentiva il bisogno di mettere ordine nella memoria collettiva, di raccontare ai suoi concittadini chi fossero, da dove venissero e perché la loro città meritasse rispetto. La sua opera, l’Istoria della città di Potenza, è un viaggio dentro il Seicento lucano, scritto con la sincerità di chi osserva la storia mentre accade.
Rendina inizia dalle origini romane, perché nel Seicento le radici erano una forma di difesa. Dimostrare che Potenza era stata una Colonia e una Prefettura significava rivendicare dignità e autonomia in un periodo in cui il potere dei feudatari, come i Guevara e i Loffredo, pesava sulla vita quotidiana. Le sue pagine non sono fredde: parlano di mura, porte, palazzi, terremoti, epidemie. Parlano di una città che lotta per restare sé stessa.
Nel secondo libro, Rendina si immerge nel mondo dei santi e dei culti locali, raccontando martiri, leggende e miracoli con la naturalezza di chi li ha sentiti narrare nelle case e nelle chiese. Non è solo devozione: è il tentativo di mostrare che Potenza aveva una storia spirituale profonda, capace di unire la comunità nei momenti più difficili.
Il cuore dell’opera è dedicato a San Gerardo La Porta, il vescovo che nel XII secolo difese la città e che nel Seicento era il simbolo della sua identità. Rendina ne racconta la vita come si racconterebbe quella di un parente illustre: con rispetto, certo, ma anche con un senso di familiarità. E mentre descrive la cronotassi dei vescovi, inserisce Potenza dentro una storia più grande, quella della Chiesa e del Regno di Napoli.
L’ultimo libro è forse il più umano: la storia feudale. Qui Rendina non nasconde le tensioni, le tasse, le ingiustizie. Racconta il vecchio castello, ormai simbolo di un potere che stava cambiando, e il nuovo Palazzo Loffredo, centro della vita baronale. Lo fa con prudenza, perché i feudatari erano potenti, ma anche con una sottile ironia che lascia intuire il disagio dei cittadini.
La vicenda del manoscritto è un romanzo nel romanzo. Rimasto nascosto per decenni nel Palazzo Loffredo, ritrovato e ricopiato nel Settecento, salvato da un cittadino nel 1913 e oggi custodito nella Biblioteca Provinciale, l’Istoria è sopravvissuta come sopravvive la memoria delle comunità: passando di mano in mano, rischiando di perdersi, ritrovando sempre qualcuno disposto a salvarla.
Rendina non scriveva per i posteri: scriveva per i suoi contemporanei. E proprio per questo la sua voce arriva fino a noi con una freschezza rara. Nel Seicento lucano, la storia non era solo un elenco di fatti: era un modo per dire “noi siamo questa città”. E Potenza, grazie alle sue pagine, continua a raccontarsi ancora oggi.






