Linguaggio di genere
Le parole costituiscono Realtà, Rispetto e Incisività

Per secoli, tuttavia, la scrittura scolastica e quella giornalistica hanno offerto una rappresentazione “androcentrica”, ovvero utilizzando il maschile sovraesteso come presunto neutro. Sta di fatto, però, che in italiano il genere neutro non esiste: è andato perduto nell’evoluzione dal latino, lasciando spazio a un sistema bipartito in cui i sostantivi devono coincidere con il genere del referente. L’adeguamento del lessico non è dunque un vezzo ideologico, ma una necessità grammaticale e culturale.
Come sottolineato dall’Accademia della Crusca, la lingua è viva e deve riflettere i mutamenti sociali. Negli ultimi anni, le donne hanno fatto il loro ingresso massivo in ambiti professionali e istituzionali un tempo preclusi, diventando **ministre, avvocate, ingegnere o sindache**. Continuare a utilizzare il maschile per queste cariche crea pertanto un “vuoto linguistico”, che rende le donne invisibili proprio laddove ricoprono un ruolo apicale o di rilievo.
Spesso si lamenta una presunta “cacofonia” di taluni termini declinati al femminile, ma si tratta di una resistenza che — guarda caso — emerge solo per i ruoli di grande prestigio (come “rettrice”, “ministra”), mentre termini più comuni come “operaia”, “maestra” o “infermiera” sono accettati da tempo senza questione alcuna. Declinare correttamente i ruoli significa dare dignità e voce alle donne, abbattendo uno degli strati del famigerato “soffitto di cristallo”.
Il ruolo dell’informazione è quindi cruciale nel contrastare gli stereotipi. Spesso, ahinoi, la cronaca adotta involontariamente il punto di vista del carnefice, giustificando — inavvertitamente — la violenza di genere con termini come “raptus”, “follia” o “passione”. Per rispondere a queste distorsioni, è nato il **Manifesto di Venezia**, che impegna i giornalisti a un linguaggio rispettoso e consapevole così da scongiurare le inevitabili vittimizzazioni.
Il Manifesto di Venezia, ancora poco adottato, stabilisce linee guida chiare: evitare di vittimizzare il colpevole o — al contrario — colpevolizzare la vittima, e utilizzare sempre un linguaggio declinato al femminile per riconoscere la dimensione professionale e sociale delle donne.
In conclusione, parlare di linguaggio paritario significa smantellare vecchie logiche sessiste. Se la lingua condiziona la realtà, usare le parole giuste è il primo passo per costruire una società realmente equa, dove la presenza e il ruolo femminile non siano più una “chimera”, ma una realtà pienamente riconosciuta.


