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Linguaggio di genere

Le parole costituiscono Realtà, Rispetto e Incisività

da | 16 Apr 2026 | Educazione e Sport

Il linguaggio non è un semplice strumento di comunicazione, ma un potente motore di cambiamento che influenza la nostra percezione del mondo. Per citare il titolo di un famoso libro di Carlo Levi, divenuto di uso comune, **Le parole sono pietre**. Dire una parola significa, cioè, dare un nome a una sofferenza, a un’ingiustizia o a una speranza. Sono “pietre” perché pesano, rimangono e colpiscono. Ma, in quanto tali, su di esse si può anche costruire.

Per secoli, tuttavia, la scrittura scolastica e quella giornalistica hanno offerto una rappresentazione “androcentrica”, ovvero utilizzando il maschile sovraesteso come presunto neutro. Sta di fatto, però, che in italiano il genere neutro non esiste: è andato perduto nell’evoluzione dal latino, lasciando spazio a un sistema bipartito in cui i sostantivi devono coincidere con il genere del referente. L’adeguamento del lessico non è dunque un vezzo ideologico, ma una necessità grammaticale e culturale.

Come sottolineato dall’Accademia della Crusca, la lingua è viva e deve riflettere i mutamenti sociali. Negli ultimi anni, le donne hanno fatto il loro ingresso massivo in ambiti professionali e istituzionali un tempo preclusi, diventando **ministre, avvocate, ingegnere o sindache**. Continuare a utilizzare il maschile per queste cariche crea pertanto un “vuoto linguistico”, che rende le donne invisibili proprio laddove ricoprono un ruolo apicale o di rilievo.

Spesso si lamenta una presunta “cacofonia” di taluni termini declinati al femminile, ma si tratta di una resistenza che — guarda caso — emerge solo per i ruoli di grande prestigio (come “rettrice”, “ministra”), mentre termini più comuni come “operaia”, “maestra” o “infermiera” sono accettati da tempo senza questione alcuna. Declinare correttamente i ruoli significa dare dignità e voce alle donne, abbattendo uno degli strati del famigerato “soffitto di cristallo”.

Il ruolo dell’informazione è quindi cruciale nel contrastare gli stereotipi. Spesso, ahinoi, la cronaca adotta involontariamente il punto di vista del carnefice, giustificando — inavvertitamente — la violenza di genere con termini come “raptus”, “follia” o “passione”. Per rispondere a queste distorsioni, è nato il **Manifesto di Venezia**, che impegna i giornalisti a un linguaggio rispettoso e consapevole così da scongiurare le inevitabili vittimizzazioni.

Il Manifesto di Venezia, ancora poco adottato, stabilisce linee guida chiare: evitare di vittimizzare il colpevole o — al contrario — colpevolizzare la vittima, e utilizzare sempre un linguaggio declinato al femminile per riconoscere la dimensione professionale e sociale delle donne.

In conclusione, parlare di linguaggio paritario significa smantellare vecchie logiche sessiste. Se la lingua condiziona la realtà, usare le parole giuste è il primo passo per costruire una società realmente equa, dove la presenza e il ruolo femminile non siano più una “chimera”, ma una realtà pienamente riconosciuta.

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