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Il desiderio di essere lupo e la paura di conoscerlo

Natura di strada e di bosco

da | 16 Apr 2026 | Scritture Sociali

Il lupo è il predatore simbolo della Lucania, terra il cui nome sembra derivare dal greco lykos (λύκος) e dal latino lucus, a testimoniare un legame antichissimo tra l’animale e il bosco. In Italia è presente una sola sottospecie, il lupo appenninico (Canis lupus italicus), che alla fine della Seconda guerra mondiale era quasi estinto: sopravvivevano due gruppi di un centinaio di esemplari sull’Appennino centro-meridionale. Dagli anni Settanta, grazie alla protezione normativa e al ritorno delle grandi prede, il lupo ha ricominciato a espandersi, ricolonizzando Appennino e Alpi. La Regione Basilicata monitora la specie attraverso l’osservatorio degli habitat naturali: oggi il lupo è stabilmente presente nei Parchi del Pollino, dell’Appennino lucano, di Gallipoli Cognato e nella riserva del Bosco Pantano di Policoro. Per la sua natura schiva non è censibile con osservazione diretta: si ricorre al wolf-howling, all’analisi genetica di escrementi e peli, alle impronte, ai resti delle predazioni e al fototrappolaggio. Sul piano etologico è un animale costruito per il movimento, capace di percorrere lunghe distanze senza perdere ritmo, qualità essenziale per cacciare e marcare il territorio. In Basilicata si nutre soprattutto di ungulati selvatici come cinghiali e caprioli; prede minori come lepri o volpi sono un ripiego. Non è stanziale: riprende il viaggio alla ricerca di nuovi boschi. Il manto, argenteo, marrone o rossiccio con striature nere, cambia con le stagioni; gli occhi giallo ambra, cerchiati di nero, emergono nel cuore dei boschi lucani. Sfatiamo il mito dell’alfa: un branco è una famiglia composta da una coppia riproduttiva stabile e dai figli di più cucciolate, che collaborano nell’allevamento dei piccoli. I giovani si disperdono entro i quattro anni, allontanandosi per cibo o accoppiamento, oppure perché i genitori non riescono più a sostenerli. In Basilicata il riferimento scientifico è il «Museo del lupo» di Viggiano. Una minaccia rilevante è l’ibridazione con i cani, favorita dal bracconaggio che riduce prede e partner. A differenza del mulo, l’incrocio produce cuccioli, compromettendo l’integrità genetica del lupo selvatico. In Basilicata è noto il caso di una lupa “confidente” ripresa nei pressi di Potenza mentre si accoppiava con un cane. La crociata contro il lupo ha radici antiche: dal mito di Licaone narrato da Ovidio alle fiabe come Cappuccetto rosso, fino alla tradizione pastorale che lo ha dipinto come ladro di greggi. Per questo oggi convivono due visioni opposte: chi ammira il suo spirito libero e la lealtà del branco, e chi lo considera ancora un predatore da temere, soprattutto tra gli allevatori che faticano ad accettare misure di protezione come recinzioni più robuste, cani da guardiania e pascolo più seguito. Nel giugno 2025 la direttiva Habitat è stata modificata, declassando il Canis lupus da specie “rigorosamente protetta” a “protetta”, per bilanciare tutela della biodiversità e conflitti con le attività zootecniche, senza aprire a un abbattimento indiscriminato. Abbiamo rischiato di farlo estinguere per ignoranza e paura. La conoscenza dissipa le ombre e restituisce misura. La vera vittoria sarebbe accettare il rewilding e vedere il lupo per ciò che è: un lupo, che nelle notti lucane ulula insieme al vento.

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