Colei che non c’è più

Pubblicato: Mercoledì, 18 Marzo 2015

di Federica Pergola

Quando, nel 1952, Celle qui n’etait plus – in Italia diventato I diabolici- uscì in Francia, cominciò una lotta per accaparrarsi i diritti cinematografici del testo tra un tale Alfred Hitchcock e Henri Clouzot.

Entrambi i registi, infatti, capirono immediatamente che questo romanzo- diventato un classico della letteratura noir- possedeva una suspence e un ritmo talmente serrati da riuscire a terrorizzare con un nulla: il volo di una mosca, un bagliore di fari, un rumore lontano, un biglietto amoroso di una moglie sollecita.

In una Francia piccolo borghese e rurale, dove ci si incontra al Café Francais per bere e chiaccherare, per giocare a carte e a biliardo, un semplice rappresentante di commercio sprofonda in una vertigine di angoscia dopo aver commesso un atto che non sembra neanche voler davvero commettere.

Il momento era arrivato. Impossibile ora pensare: facciamo ancora in tempo a fermarci…un fatto, finché ci limitiamo a immaginarlo, conserva una provvisorietà rassicurante. Questa volta invece il fatto era lì. (…) Dopo pochi secondi smise di avere la consapevolezza di essere colpevole. Mireille aveva preso un sonnifero. Una vasca si stava riempiendo. Non c’era niente di delittuoso in tutto questo. Niente di terribile. Aveva versato dell’acqua in un bicchiere, aveva portato sua moglie a letto…banali gesti quotidiani. Non c’erano responsabili. Nessuno la odiava, povera Mireille. Era troppo insignificante.” Egregio nel rendere materica la paura, la nebbia, l'angoscia, il rimorso - il romanzo, un poliziesco senza poliziotti, vive di continui capovolgimenti di ruoli e situazioni, grazie ad un intrigo perfetto che, con diversi colpi di scena, tiene la tensione al massimo, giocando, fino alla fine, tra realtà e allucinazione. L'atmosfera è sospesa e rarefatta come un'ombra nella nebbia di un porto. Lentamente si perdono i contorni; nei viaggi della notte restano bagliori vaganti, luci pallide e strane, semafori e fanali. E, prepotentemente e costantemente presente, la nebbia: maschera e rivelazione insieme dell’ottundimento del protagonista. Del disordine della mente; della difficoltà di definire e guidare le proprie scelte; della progressiva perdita del senso della realtà. Luogo appropriato ai fantasmi, dove l’apparire e il mostrarsi rimangono vaghi e indistinti, questa “nebbia che puzza di fuliggine, di rancido, di canale di scolo…ora si addensava in grosse volute, in pesanti masse di vapore, ora si trasformava in un pulviscolo acquoso, una pioggerellina sottile, fatta di minuscole gocce che brillavano come sospese…” Naturalmente vorrei raccontarvi perché questo libro fu definito “un interminabile attacco di cuore”; e rivelarvi l’invenzione di Boileau e Narcejac, che, innestando i temi della letteratura fantastica sul giallo, hanno finito per profondamente rinnovarlo; ma devo (ahimè!, devo) trattenermi dal dirvi cosa succede poi, quando l’assassino diventa una vittima ossessivamente braccata e comincia a fremere per varcare lui stesso quel confine misterioso che sembra separare i morti dai vivi. “Ma chi dei due è il vivo, chi il morto?

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I diabolici, di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, Adelphi, €16,00

 

 

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