Prima una cosa e poi l’altra…

Pubblicato: Martedì, 24 Febbraio 2015

di Federica Pergola

<<Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan>>. Comincia così Middlesex di Jeffrey Eugenides, che con il romanzo vinse il Premio Pulitzer nel 2003.

Calliope (poi Cal) vive i primi anni della sua vita come tutte le altre bambine, ma a un certo punto scopre di essere “un’eccentricità biologica”, un raro ermafrodito, e diventa all’improvviso una cavia, un soggetto da palpare e da studiare. E da correggere! Comincia qui la sua odissea, in questo romanzo ricco di echi omerici: “Cantami, o diva, del quinto cromosoma la mutazione recessiva!”; ma il lungo viaggio che ha portato a lei, il cammino che un raro gene ha dovuto compiere per incontrare il suo gemello nel corpo di Cal-liope, è cominciato molto prima: negli anni ’20, in uno sperduto villaggio della Turchia, da cui i suoi nonni sono stati costretti a fuggire a causa del crollo dell’impero ottomano, passando per Smirne (e trovandosi invischiati nell’incendio ed eccidio del 1922) per poi prendere il mare verso l’America del proibizionismo, della depressione del 1929, delle fabbriche di Detroit.

E’ quindi attraverso quarant’anni di storia, di sogni e di bugie, che Cal-liope, nella sala d’attesa del mondo, aspettava. Perché i suoi nonni, cercando di ingannare anche se stessi, hanno ingannato tutti. E perché i suoi genitori, “in quell’America ottimista del dopoguerra, dove tutti credevano di essere padroni del proprio destino”, volendo avere a tutti i costi una femmina, hanno deciso di seguire lo Scientific American. E di “trafficare con un evento misterioso e miracoloso come la nascita”.

Coinvolgente e toccante, ironico e tragico, poetico ed appassionato, Middlesex racconta quanto coraggio ci vuole per essere se stessi; per scoprire chi si è veramente; e per affrontare le inevitabili, dolorose conseguenze. E “poiché anche questo è genetico”, non può che farlo attraverso degli echi classici, lirici e tragici, che non possono essere ignorati.

L’idea della colpa ereditata, del destino ineluttabile preparato da eventi passati -dove l’eroe/ina Cal/liope è protagonista di una catastrofe di cui non ha alcuna responsabilità e che subisce a causa di errori non suoi- deriva direttamente dalla tragedia greca; mentre il ritmo della narrazione ha la dolcezza delle antiche tradizioni (“era usanza a quei tempi che i passeggeri in partenza per l’America portassero gomitoli sul ponte. I parenti sul molo tenevano l’estremità del gomitolo”. Le eliche giravano, i fili si srotolavano e nell’aria mille fili rossi, gialli e azzurri mantenevano il legame con i propri cari rimasti a casa); e la saggezza delle credenze popolari (“noi greci ci sposiamo girando in tondo per suggellare le regole essenziali del matrimonio”: per essere felici bisogna trovare la varietà nella ripetizione).

Così, come la protagonista sta al centro tra i due sessi, la storia cavalca tra passato e futuro, scienza e superstizione. Ma tutto, in Middlesex, ci ricorda quanto sia giusto –quanto sia sacro- scegliere di cercare di essere felici.

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Middlesex, di Jeffrey Eugenides, Oscar Mondadori, €11,00

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