Le intermittenze della ragione

Pubblicato: Venerdì, 02 Ottobre 2015

di Federica Pergola

<<Oggi, 3 giugno 1835, all’una del pomeriggio. Noi, Francois-Edouard Baudouin, giudice di pace del cantone di Aumay, or ora informato che uno spaventoso omicidio è stato appena commesso al domicilio del signor Pierre Margrin Rivière, ci siamo immediatamente recati al detto domicilio…e vi abbiamo trovato tre cadaveri giacenti per terra: 1 una donna di circa quarant’anni rovesciata sul dorso di fronte al camino dove sembra fosse occupata a far cuocere della farinata che era ancora nella pentola del focolare; 2 un bambino fra i sette e gli otto anni, con la testa spaccata di dietro a grande profondità; 3 una ragazza vestita di tela indiana, con i piedi sulla soglia della porta che dà sul cortile; il lato destro del viso e il collo tagliati a coltellate a grande profondità.(…)>>

La storia del giovane contadino normanno che sgozzò una sorella, un fratello e la madre per "liberare" il padre dalle persecuzioni della moglie, nella ricostruzione puntuale ed agghiacciante che Michel Foucault e i suoi allievi raccolsero e discussero nel lontano 1973. Foucault -filosofo, sociologo, storico, accademico e saggista francese- fu l'unico che si avvicinò a realizzare il progetto propugnato da Friedrich Nietzsche, che lamentava la mancanza di una storia della follia, del crimine e del sesso

E infatti in questa raccolta- che vede le perizie medico-legali; l’istruttoria; le dichiarazioni dei testimoni; gli articoli apparsi sulla stampa dell’epoca; la celebre “memoria” dello stesso assassino; il processo; la descrizione delle condizioni di vita della prigione di Beaulieu (dove Pierre Rivière fu rinchiuso e dove trovò la morte)- gli autori si sono concentrati sull'analisi dei rapporti tra psichiatria e giustizia penale, tra scienza e potere, tra individuo e strutture sociali di controllo.

Piere Rivière sgozzò una sorella, un fratello e la madre. Perché? Condannato a morte, poi graziato, rinchiuso per scontare l’ergastolo, morì suicida. La sua storia è quella di un pazzo o di un criminale? Incapaci di giudicarlo in un modo o nell’altro (“su sei medici consultati all’udienza, tre furono dell’opinione che egli era pazzo, gli altri tre che non lo era”…) ecco che gli uomini di legge e i più grandi nomi della psichiatria e della medicina dell’epoca chiedono all’assassino stesso, Pierre Riviere, di scrivere una memoria, per spiegare, in dettaglio, il suo crimine. Scrivi, scrivi, così, finalmente, sapremo: se non sei pazzo avremo ragione a condannarti a morte; se lo sei, avremo ragione a rinchiuderti per tutta la vita. Ed ecco: questo contadino normanno di vent’anni, che affermava di saper “appena leggere e scrivere”, si mette all’opera e stende un memoriale di grande bellezza: “Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello, e volendo far conoscere quali sono i morivi che mi hanno condotto a quest’azione, ho scritto tutta la vita che mio padre e mia madre hanno condotto insieme durante il loro matrimonio…dopodichè dirò come mi sono risolto a commettere questo crimine, quel che pensavo allora e qual era la mia intenzione, dirò anche qual era la vita che conducevo tra la gente, dirò quel che mi passò nella mente dopo aver fatto questa azione…

Resta infine un gomitolo di dolore, una matassa inestricabile che mischia la malvagità all’alienazione; e una società che, allora come oggi, invoca la follia ed il raptus come sistemi di rassicurazione: il modo più semplice di lavarsene le mani, il modo in cui la società si autoassolve in massa.

"In questi due secoli- scrive Paolo Crepet nell’introduzione all’edizione Einaudi del 2000- psichiatria e giustizia non sono state in grado di rassicurare l’uomo dalla sua più inconfessabile paura: possiamo affermare che così come le nostre condizioni materiali si sono straordinariamente evolute, anche il nostro mondo emozionale e relazionale ha subito un simile affrancamento dalle forme più istintuali e selvagge? Il problema non è chiederci se un assassino sia in grado di intendere e di volere, ma di sentire. La follia non è legata alle nostre capacità cognitive, ma a quelle emotive e relazionali”.

E allora, la parola all’assassino:<<Ora che ho fatto conoscere tutta la mia mostruosità, e che tutte le spiegazioni del mio crimine sono fatte, attendo la sorte che mi è destinata…ahimè se potessi veder rivivere ancora le sfortunate vittime della mia crudeltà; se bastasse per questo sopportare tutti i supplizi possibili; ma no, è inutile, non posso che seguirle; così attendo la pena che merito, e il giorno che deve mettere fine a tutti i miei risentimenti. Fine>>

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Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…a cura di Michel Foucault, Einaudi, 2000.

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