“La più coraggiosa decisione che una persona possa prendere è essere sé stessa. Sempre.”

(Coco Chanel)
Ma molto prima che Chanel la mettesse nero su bianco, Jeannette Rankin aveva già fatto della coerenza con sé stessa una linea di principio. In un tempo in cui le donne erano più facilmente immaginate accanto al focolare che dietro un banco del Congresso, lei scelse di fare politica come si fa poesia civile: con una voce chiara, controvento, e senza chiedere permesso.

Nata in un angolo quieto del Montana, a Missoula, negli anni in cui Nietzsche pubblicava “Al di là del bene e del male”, Rankin fece della dialettica fra etica e potere il suo campo di battaglia. Laureata prima in biologia e poi in scienze sociali, il suo ingresso sulla scena pubblica avvenne per la porta più scomoda e urgente: il movimento suffragista. Correva il 1914 quando le donne del Montana ottennero il diritto al voto. Due anni dopo, nel 1916, lei divenne la prima donna a entrare nel Congresso degli Stati Uniti, con un gesto che non solo infranse un tetto di cristallo, ma ne creò uno nuovo: il tetto dell’etica personale dentro un Parlamento spesso cieco ai suoi stessi ideali. Fu lì, in quella Washington ancora attraversata dal profumo di leggi imperiali e da eco di tamburi di guerra, che Rankin compì il primo dei suoi gesti scandalosamente virtuosi: nel 1917 votò contro l’ingresso degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale. “Non puoi porre fine alla violenza con altra violenza”, avrebbe potuto dire — e in effetti, lo fece, anche se con parole sue. Quello che per molti fu un atto di tradimento, per lei fu semplicemente il compimento di un principio gandhiano ante litteram. Non a caso, avrebbe poi guardato all’India e al Mahatma come esempi di civiltà e resistenza non armata. Nel 1941, con l’eco ancora vibrante di Pearl Harbor, il Congresso americano si riunì per votare la dichiarazione di guerra contro il Giappone. Fu un voto schiacciante: 388 a 1. Quella “1” aveva un nome e un volto: Jeannette Rankin. “Come donna, non posso andare alla guerra e non posso mandare altri a farla per me”, spiegò. Una frase che avrebbe potuto essere scritta da Antigone, nel cuore di Sofocle, se solo il teatro greco avesse potuto immaginare una deputata statunitense novant’anni prima della realtà.

Nel lungo arco della sua vita, Rankin si dedicò anche al lavoro sociale, ai diritti civili, alla sanità per donne e bambini, e alla giustizia economica. Fu amica di Coretta Scott King e sostenitrice della lotta per l’equità razziale, in un’epoca in cui la solidarietà fra bianchi e neri era ancora considerata sovversiva. Collaborò con Judy Collins, prestando la sua voce alla musica del cambiamento, come un contrappunto politico al folk militante. In lei c’era un’eco lontana — ma chiarissima — di Olympe de Gouges, la rivoluzionaria francese che durante la stagione del Terrore osò scrivere la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Come la Gouges, Rankin non chiese il permesso di essere cittadina: lo pretese. Come Olympe, parlò da una tribuna che la voleva silente, e ne pagò il prezzo. Non con la ghigliottina, ma con la solitudine del voto isolato e con l’esilio politico dall’establishment.

Se il cinema ha avuto molti eroi solitari: da Mr. Smith che va a Washington, a Erin Brockovich, a Atticus Finch, Jeannette Rankin non fu finzione: fu carne, sangue, e convinzione. Quella che scelse di non piegarsi nemmeno quando la sua posizione le costò il seggio e la possibilità di proseguire la carriera politica. Nel dopoguerra, tentò la corsa al Senato ma fu punita dal suo partito per il “peccato” di avere troppo cuore e troppo poco compromesso. Eppure non si fermò mai. Anche in tarda età, si batté contro la guerra in Vietnam, ricordandoci che il pacifismo non è mai un gesto passivo, ma una lotta attiva contro l’inerzia della violenza. Chi cerca oggi modelli di leadership integerrima, dovrebbe guardare alla Rankin. Non una martire, né una santa, ma una donna che non fu una signora, come disse lei stessa, ma un membro del Congresso, con tutti i diritti — e doveri — del caso.

Perché, come direbbe Bertolt Brecht, “ci sono uomini che combattono un giorno e sono bravi. Ci sono altri che combattono un anno e sono migliori. Ma ci sono quelli che combattono tutta la vita: essi sono i più necessari”. Jeannette Rankin fu necessaria. E lo è ancora.

di Michela Castelluccio