Se Rousseau avesse avuto accesso ai verbali della Commissione Agricoltura del 2025, avrebbe forse scritto: “L’uomo nasce armato, ma è ovunque addestrato a sparare”. In Italia, infatti, la caccia non è più una questione di regolamenti, ma una mutazione antropologica. Il fucile ha preso il posto del diritto, e il bersaglio si è spostato: non più solo sulla fauna, ma su chi osa difenderla. Benvenuti nella Repubblica delle cartucce, dove l’articolo 9 della Costituzione — quello che sancisce la tutela dell’ambiente “anche nell’interesse delle future generazioni” — viene citato come si cita un vecchio proverbio contadino: con rispetto di facciata e disprezzo sostanziale. Chi osa protestare contro la deregulation venatoria non trova risposte, ma ritorsioni. E non simboliche. Nelle Marche, tra Cerreto d’Esi e Matelica, un attivista della LAC si è ritrovato un capriolo decapitato sotto casa.  Non una fake news. Non un incidente. Ma un atto deliberato, un messaggio con firma implicita: “Questo è il destino di chi si mette in mezzo”. Così come, parallelamente, prende piede la caccia anche per i lupi.

Il lupo, in Italia, è un simbolo antico. Tollerato quando leggendario (la lupa capitolina), odiato quando reale. È il riflesso perfetto del nostro rapporto schizofrenico con la natura: la idealizziamo nei monumenti, la perseguitiamo nei boschi. Ma uccidere un qualsiasi animale, decapitarlo e lasciarlo davanti all’abitazione di un attivista non è solo barbarie: è terrorismo simbolico. È un gesto da Stato parallelo, non da democrazia europea. Ed è, ancora una volta, il frutto velenoso di una cultura istituzionale che banalizza la violenza, dileggia l’ambientalismo e considera chi difende gli animali come un nemico politico. In questo contesto, la legge si piega, si svuota, si svende. E così arriva il DdL “Spara e Spareremo”, un testo che pare scritto da un gruppo WhatsApp di doppiettisti col copia-incolla di Telegram. Caccia senza limiti, controllo ridotto al minimo, bracconaggio quasi folklorico: una norma da far sembrare il Far West una riserva naturale. Secondo la satira – che ormai fa più servizio pubblico dei canali ufficiali – questo DdL sarebbe stato scritto “a quattro mani”: due sul grilletto, due sulla tastiera. Risultato? I lupi come i caprioli sono più al sicuro in una saga fantasy che nei nostri Appennini. Ma se un animale selvatico decapitato è un messaggio, allora la risposta deve essere politica, giuridica, culturale.

Come scriveva Rachel Carson, che non aveva bisogno di retorica per farsi ascoltare:

“Una civiltà che distrugge ciò che non può ricreare è una civiltà che ha scelto la propria fine.”

E qui non stiamo solo distruggendo la fauna. Stiamo distruggendo il concetto stesso di limite, di legge, di umanità. Perché chi uccide un animale per intimidire, ha già rinunciato a definirsi uomo. Questa non è “tradizione venatoria”: è terrorismo ambientale. E chi lo legittima con il silenzio, ne è complice.

E del principio di precauzione? Archiviato; dell’interesse collettivo alla tutela della biodiversità? Deriso come fanatismo radical chic. Eppure, il diritto ambientale — non ce lo stancheremo mai di ripetere — non è una gentile concessione ai romantici, ma un pilastro della convivenza moderna. L’ambiente è un bene comune, e come tale soggetto a doveri pubblici, non solo a interessi privati. La fauna selvatica non è proprietà né trofeo. È soggetto di tutela, non oggetto di mira. Nel 2025, l’Italia è diventata il Paese dove puoi essere processato per una parola sbagliata, ma non per un proiettile nel cuore di un animale protetto; dove si invoca la “tradizione” per giustificare tutto, anche l’odio. Ma la tradizione senza etica è nostalgia tossica. E il folklore armato è solo una foglia di fico per l’arbitrio.

di Michela Castelluccio