Nel tempo degli slogan e delle appartenenze blindate, rileggere Ignazio Silone è un atto sovversivo. A 125 anni dalla sua nascita – avvenuta il 1° maggio 1900 a Pescina, in Abruzzo – l’uomo che fu partigiano dell’anima prima ancora che della politica, continua a parlarci con la voce limpida dei giusti. Scrittore, militante, esule e intellettuale dal pensiero inquieto, Silone resta una figura borderline nella storia del Novecento italiano: scomodo per la destra, eretico per la sinistra, amato dalla letteratura ma guardato con sospetto dalla politica. È il 1° maggio, festa del lavoro, ma anche festa degli ideali: quale giorno migliore per ricordare chi del lavoro e degli ideali ha fatto la propria stoffa esistenziale? Nato in un giorno simbolico per il proletariato mondiale, Silone è figlio della povertà e del cataclisma. Il terremoto della Marsica del 1915 gli strappa via madre, casa e certezze, e sarà quel vuoto iniziale a riempire la sua scrittura di fame, giustizia e spiritualità laica. “Sono un contadino che ha imparato a leggere e scrivere”, dirà di sé. Ma in realtà, Silone fu molto di più: fu un uomo che cercò di restare fedele all’uomo, anche quando la Storia tradiva se stessa. Appena ventenne aderisce al movimento socialista, poi diventa tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. Ma nel 1931 rompe con Mosca e con il comunismo stalinista, pagando un prezzo altissimo: l’esilio, l’isolamento, la diffidenza dei compagni. È qui che nasce lo scrittore. Come se la voce dell’uomo potesse finalmente emergere solo quando quella del militante si spegne. Nel 1933 esce Fontamara, il suo romanzo più celebre, scritto in esilio e diffuso in clandestinità. È un pugno al cuore. Racconta l’oppressione dei “cafoni” – contadini abruzzesi analfabeti e sfruttati – da parte del potere fascista e degli speculatori. “Che cos’è il fascismo?” chiedono i cafoni. E la risposta è folgorante: “È quando uno ha fame e non può mangiare”. Il successo del libro fu straordinario all’estero e ignorato – o boicottato – in Italia. Silone diventò simbolo di un’altra sinistra: quella umana, non ideologica. Scrisse in esilio, in Svizzera, aiutando antifascisti e perseguitati, tra cui molti ebrei. Fu perseguitato da Mussolini e guardato con freddezza anche dai comunisti italiani, che non gli perdonarono la sua “diserzione”.

Silone non fu mai anticlericale. Eppure fu profondamente cristiano. “Cristo sì, la Chiesa no”, diceva. Nei suoi scritti, la fede è una questione morale, mai dogmatica. In Pane e vino (1936), Pietro Spina, il protagonista, è un rivoluzionario travestito da prete che cerca di risvegliare le coscienze del popolo. È il romanzo della coerenza interiore, del dissenso che si fa testimonianza. Vicino a don Sturzo, a De Gasperi, e amico di molti socialisti eretici, Ignazio Silone parlava un linguaggio che non aveva bisogno di partiti per esistere. “La verità è rivoluzionaria”, diceva. E per questo visse da rivoluzionario disarmato, dentro e fuori dai partiti. Negli anni Settanta, dopo la sua morte nel 1978, emersero documenti che sembravano suggerire una collaborazione con la polizia politica fascista nei primi anni Venti. La questione sollevò un polverone storiografico, ma non intaccò la sua grandezza letteraria. La sua vita resta quella di un uomo combattuto, pieno di contraddizioni, ma sempre fedele a un ideale superiore: quello della giustizia. Silone stesso, in L’avventura di un povero cristiano (1968), racconta la storia di Celestino V, il papa che rinuncia al potere. Un autoritratto? Forse sì. Perché anche Silone, come Celestino, fu un uomo che rifiutò gli onori per restare integro.

Oggi, nel centoventicinquesimo anniversario della sua nascita, Ignazio Silone torna a essere attuale proprio perché irriducibile alle categorie di oggi. Non è stato un intellettuale organico, non è stato un populista, non è stato un moralista da talk show. È stato un uomo che ha cercato, inciampando, di restare fedele a un’idea di verità che non piega la testa né alle ideologie né ai poteri. Scriveva: “L’operaio che legge e pensa vale più del padrone che comanda e ignora”. Una frase che oggi può ancora scuotere il nostro cinismo pigro, il nostro conformismo travestito da pragmatismo. Silone ci ricorda che l’utopia è viva finché c’è chi, anche da solo, continua a raccontarla. E allora oggi, 1° maggio, quando le piazze si riempiono di bandiere e cori, fermiamoci un attimo a ricordare quest’uomo silenzioso e ostinato, che ci ha insegnato che “la libertà non è un premio, è un dovere”.

Michela Castelluccio