Storia, memoria e speranza nella festa della Liberazione
Sono passati ottant’anni da quel 25 aprile del 1945 in cui l’Italia respirò, finalmente, l’aria limpida della libertà. Era un mercoledì di primavera, e con esso germogliava una nazione nuova: stremata dalla guerra, ma determinata a risorgere dalle macerie della dittatura fascista e dell’occupazione nazista. Da Milano a Torino, da Genova a Bologna, le città si liberavano con il coraggio dei partigiani, l’arrivo degli Alleati e il grido di un popolo che aveva scelto, spesso con dolore, la parte giusta della storia. Nel 2025, l’Italia celebra l’ottantesimo anniversario della sua Liberazione. Ma questa non è solo una ricorrenza: è un rito civile e spirituale, il momento in cui una nazione intera ricorda da dove viene per comprendere meglio dove vuole andare. Perché il 25 aprile non è solo una pagina del passato: è il fondamento morale della Repubblica, il cuore pulsante della nostra Costituzione, l’eco viva di un’idea che ci trascende — quella della libertà. Il 25 aprile 1945 segnò il culmine dell’insurrezione generale indetta dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Le brigate partigiane, coordinate con l’avanzata degli Alleati, liberarono Milano, Torino, Genova. “Arrendersi o perire!”, era l’ultimatum lanciato a voce ferma da Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica e figura simbolo di quell’Italia antifascista che stava rinascendo. Il giorno dopo, Benito Mussolini fuggì verso la Svizzera, solo per essere catturato e giustiziato a Dongo il 28 aprile. Con lui finiva un ventennio di dittatura, crollava l’illusione totalitaria, si chiudeva un’epoca. Ma come disse Norberto Bobbio, “la libertà non è un bene acquisito una volta per sempre, è una conquista che si rinnova giorno per giorno, atto per atto”.
La Resistenza non fu soltanto una lotta armata: fu, prima di tutto, una battaglia di idee. E in questo, l’apporto della cultura e del pensiero fu decisivo. Nomi come Piero Calamandrei, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Adriano Olivetti, Giovanni Gentile (pur da posizioni opposte) attraversarono le tensioni di un’epoca che si misurava col male radicale, con la necessità di scegliere, di schierarsi. Calamandrei, in un celebre discorso agli studenti milanesi nel 1955, disse: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Parole scolpite nella coscienza di intere generazioni. E ancora Bobbio, nel suo Profilo ideologico del Novecento, ci ha ricordato che “la democrazia non è mai perfetta, ma è sempre preferibile alla dittatura proprio perché è imperfetta e dunque migliorabile”. Dalla Liberazione nacque il referendum del 2 giugno 1946, che sancì la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. Nacque la Costituzione del 1948, figlia diretta della Resistenza, costruita sull’antifascismo e sull’idea di una libertà non astratta, ma incarnata nei diritti e nei doveri dei cittadini.
L’articolo 1, “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, affonda le sue radici nei valori della Liberazione, così come l’articolo 3, che proclama l’uguaglianza e condanna ogni forma di discriminazione. Queste non sono enunciazioni teoriche: sono il risultato concreto di quella primavera del 1945. Oggi, nell’Italia del 2025, il significato del 25 aprile deve essere più che mai rinnovato. Viviamo in un tempo in cui i testimoni diretti della Resistenza stanno scomparendo. In cui il rischio della dimenticanza si fa reale, e dove nuove forme di autoritarismo e intolleranza emergono sotto vesti apparentemente moderne. Per questo la memoria non è nostalgia, ma vigilanza. Per questo, il 25 aprile non è una festa “di parte”. È, come ha scritto lo storico Claudio Pavone, “una guerra di liberazione e insieme una guerra civile”. È complessa, sofferta, ma per questo ancora più autentica. Ed è proprio nella sua complessità che possiamo riconoscere la nobiltà di una scelta collettiva. Nel suo diario del 1945, Cesare Pavese annotava: “Ora che tutto è finito, bisogna riprendere a vivere, ma vivere davvero. Non vivere sotto. Vivere in piedi”. Ecco, il senso dell’80° anniversario della Liberazione è tutto qui: ricordare che la libertà, per essere vera, deve diventare vita quotidiana. Impegno civico. Partecipazione. Giustizia. E se ogni anno, il 25 aprile, ci sembra un rito, che lo sia. Ma non un rito vuoto: un rito laico e civile che ci ricordi, con la forza dei giorni solenni, che ogni democrazia è fragile. Che ogni diritto è una conquista. Che ogni libertà va custodita. Ottant’anni dopo, l’Italia democratica è ancora in piedi. Ferita, a volte incerta, ma in piedi. La voce dei partigiani – quelli armati e quelli silenziosi – continua a parlarci. E ci chiede una sola cosa: di non rendere vana la loro scelta.
Perché il 25 aprile è nato per ricordare. Ma vive per impegnare. E questo, oggi più che mai, è il nostro compito.
Michela Castelluccio


