Nel giorno della sua scomparsa, il 21 aprile scorso, Papa Francesco si è rivelato, ancora una volta, una figura capace di scuotere coscienze e confini. Il suo lascito ha attraversato continenti e religioni, suscitando emozioni contrastanti, tra omaggi solenni e silenzi pesanti. Dall’Egitto all’Iran, da Gaza al Vaticano, si è levato un coro di preghiere, di gratitudine e riflessione. Ma nel cuore di Gerusalemme, nella sede del governo israeliano, è calato un silenzio che, per la sua intensità, ha avuto il fragore di una dichiarazione. Papa Francesco è stato il primo pontefice a celebrare una messa nella penisola arabica, ad Abu Dhabi nel 2019, un gesto che ha segnato una cesura nella storia bimillenaria del cristianesimo. Quel gesto, che potrebbe sembrare solo simbolico, è stato invece profetico. Il Pontefice argentino ha saputo entrare nei cuori dei leader islamici, non come figura religiosa distante, ma come un fratello nella fede nel Dio unico, un “uomo di pace” come lo ha definito il re Abdallah di Giordania. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, lo sceicco Mohammed bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti, il sovrano di Dubai Al Maktoum, e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, si sono uniti nel ricordo di un uomo che ha costruito ponti dove c’erano muri. Non a caso, proprio il presidente iraniano ha voluto sottolineare la ferma condanna da parte del pontefice verso “la guerra genocida del regime israeliano a Gaza”. La voce di Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, è risuonata forte e commossa. “Un amico fedele del popolo palestinese” ha detto, ricordando quando Francesco autorizzò l’esposizione della bandiera palestinese in Vaticano e riconobbe ufficialmente lo Stato di Palestina. Un atto di coraggio diplomatico che, ancora oggi, fa discutere e divide. Nel giorno della sua morte, anche la piccola comunità cristiana della Striscia di Gaza si è riunita per pregare per lui. E persino Hamas, pur essendo universalmente riconosciuta come organizzazione terroristica da Israele, Stati Uniti e Unione Europea, ha espresso cordoglio, definendo il Papa un “difensore dei diritti del popolo palestinese”. Un’affermazione che, sebbene controversa, testimonia quanto l’influenza spirituale e politica del pontefice si estendesse anche nei contesti più critici.

Nel contesto del cordoglio globale, il silenzio di Benjamin Netanyahu ha assunto un valore simbolico potente. Nessun messaggio, nessun telegramma, nessun comunicato. Come se le parole del Papa, pronunciate con chiarezza e insistenza sulla “situazione ignobile” di Gaza, avessero scavato un solco profondo e irrimediabile tra il Vaticano e lo Stato d’Israele. Alexander Meloni, rabbino capo della comunità ebraica di Trieste, ha descritto Papa Francesco come “un pontefice estremamente problematico per il mondo ebraico”. Dopo il 7 ottobre, ha detto Meloni, le parole di Bergoglio hanno “risvegliato certe estensioni nel rapporto tra ebraismo e cristianesimo di cui abbiamo risentito molto”. Il riferimento è, con ogni probabilità, alla condanna netta e reiterata del Papa verso le azioni militari israeliane, da lui definite in più occasioni come “immorali” e, nel suo ultimo Urbi et Orbi, possibili “atti di genocidio”. Papa Francesco ha incarnato la dimensione più autentica del cristianesimo: quella della profezia. Come i grandi profeti biblici, non ha cercato il consenso ma la verità. Ha denunciato, ha abbracciato, ha chiesto perdono, ha parlato per chi non ha voce. In un mondo spesso assuefatto all’ingiustizia, la sua voce è stata “una tromba squillante su Sion” (Gioele 2,1), capace di risvegliare le coscienze. Il suo pontificato è stato segnato da gesti rivoluzionari e parole scomode. “Dove c’è ingiustizia, il cristiano non può tacere”, disse nel 2014. Non ha taciuto. Neppure davanti ai potenti. E questo, forse, è ciò che oggi più gli viene riconosciuto — e anche rimproverato. Come scrisse il poeta libanese Khalil Gibran, “la voce della verità è sempre ascoltata, anche se viene sussurrata da un solo cuore”. La voce di Papa Francesco non è stata un sussurro, ma un grido limpido e continuo per la dignità dell’uomo.

E nel silenzio che oggi avvolge Gerusalemme, quel grido ancora risuona.

Michela Castelluccio