Papa Francesco non era un pontefice che galleggiava sulle acque tranquille del consenso. La sua figura, luminosa e controversa, ha attraversato il pontificato come un vento di primavera che porta con sé il profumo della rinascita, ma anche il turbamento di chi preferiva l’immutabilità dell’inverno. Jorge Mario Bergoglio, primo papa gesuita e primo sudamericano al soglio di Pietro, si è spento all’età di 88 anni lasciando dietro di sé non soltanto un’eredità spirituale profonda, ma anche una lunga scia di contrasti, resistenze e opposizioni. E se da una parte milioni di fedeli lo hanno venerato come un “Papa degli ultimi”, come un pontefice del Vangelo incarnato nella concretezza della misericordia, dall’altra non sono mancati coloro che lo hanno accusato – senza mezzi termini – di eresia, di sovvertire la dottrina, persino di essere uno strumento delle ideologie moderne che, a loro dire, nulla hanno a che vedere con la fede cattolica. “Seguire il Vangelo”, diceva Francesco con disarmante semplicità ogni volta che gli venivano imputate le sue aperture. Eppure, quella semplicità era per molti un atto rivoluzionario. Papa Francesco non era amato da tutti, e non lo sarebbe mai stato. Non ha cercato l’unanimità, ha cercato l’autenticità. Proprio per questo, ha urtato le sensibilità più conservatrici della Chiesa, che lo avrebbero voluto più silente, più cauto, meno coinvolto nei dolori del mondo. L’apertura verso i divorziati risposati, il linguaggio accogliente verso le persone LGBTQ+, la costante insistenza sulla giustizia sociale e la denuncia del capitalismo selvaggio, l’attenzione ai migranti, agli emarginati, ai poveri — tutte queste posizioni non sono passate senza lasciare ferite in chi avrebbe preferito una Chiesa più chiusa, più dottrinaria, più autoreferenziale. I “cardinali dei Dubia”, tra cui Burke e Brandmüller, si schierarono apertamente contro di lui, opponendosi con forza a *Amoris Laetitia*, l’esortazione apostolica che apriva, con cautela, alla comunione per i divorziati risposati. Nel 2017, sessantadue teologi e studiosi firmarono una lettera in cui lo accusavano nientemeno che di eresia. Parole durissime, impensabili fino a qualche anno prima nei confronti di un Papa. Eppure, Francesco non rispose con durezza, ma con quel misto di pazienza e umorismo che lo contraddistingueva: “Sono ancora vivo, nonostante alcuni mi volessero morto”, disse nel 2021 durante un incontro in Slovacchia, dopo un’operazione chirurgica. Aggiungendo: “So che ci sono stati persino incontri tra prelati, i quali pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il Conclave. Pazienza!”
La sua battaglia più profonda non era contro il mondo, ma contro l’ipocrisia interna. “Il chiacchiericcio uccide”, ripeteva spesso, facendo eco all’insegnamento paolino sul potere distruttivo delle parole vuote. Francesco voleva una Chiesa missionaria, non una fortezza. Una Chiesa che spalanca le porte, non che le chiude con mille paletti dottrinali. Ma in un’epoca in cui la fede rischia spesso di confondersi con l’identità politica, il suo messaggio evangelico appariva a molti come una minaccia. Il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, uno dei più stretti collaboratori di Bergoglio, disse: “Ci sono persone che non è che pregano contro di lui, ma non lo accettano. E, magari senza conoscerlo, sono avversari. Questa è la realtà del mondo diviso che, a volte, più che fede ha ideologie”. Parole che fotografano esattamente lo spirito del tempo: una Chiesa lacerata non da veri dissidi teologici, ma da visioni incompatibili del mondo. Padre Georg Gänswein, segretario particolare di papa Ratzinger, è stato tra coloro che hanno vissuto con evidente disagio l’era Bergoglio. Ma ancor più duro è stato l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che ha guidato una vera e propria crociata contro Francesco, accusandolo di aver coperto casi di abusi e chiedendone pubblicamente le dimissioni. Il cardinale Gerhard Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, parlò apertamente di “malgoverno”, mentre il cardinale Raymond Burke, vicino all’universo “pro-life” americano e sostenitore di Donald Trump, è stato una delle voci più forti della fronda anti-Bergoglio. Eppure, in questa tempesta di accuse e sospetti, il rapporto con Joseph Ratzinger, papa emerito, non fu mai di rivalità ma di rispetto. Due figure diverse, due teologie differenti, ma unite da una consapevolezza comune del peso del ministero petrino. Ratzinger, con la sua rinuncia rivoluzionaria, aveva aperto la strada a un nuovo modo di essere papa; Francesco, con la sua umiltà disarmante, ne ha continuato la parabola. Papa Francesco è stato, e sarà, il Papa che ha diviso. Ma forse è proprio questa la cifra della sua grandezza: essere stato il Papa del tempo presente, con tutte le sue contraddizioni. Ha spinto la Chiesa oltre le mura vaticane, l’ha portata nei sobborghi del mondo, nei campi profughi, nelle carceri, nei palazzi della politica globale. E ha parlato con la voce del Vangelo, non con quella della convenienza. In un’epoca che ama i compromessi, Bergoglio ha scelto la coerenza. Ha saputo farsi odiare per amore del Vangelo, come i profeti biblici che “parlavano al cuore del popolo ma disturbavano i potenti”. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi!” (Luca 6,26), ammonisce il Vangelo. Francesco non ha mai cercato quel tipo di benedizione. E così se ne va, lasciando una Chiesa più viva, più combattuta, più inquieta. Forse anche più vera.
Michela Castelluccio


