Nel deserto del Texas, sotto un cielo limpido come uno spot pubblicitario, un razzo della Blue Origin – la compagnia spaziale privata di Jeff Bezos – ha portato per dieci minuti nello spazio sei donne. Un viaggio breve, una parabola turistica al confine dell’atmosfera. A bordo: la popstar Katy Perry, la giornalista Lauren Sánchez (compagna dello stesso Bezos), la produttrice cinematografica Kerianne Flynn, l’attivista Amanda Nguyen, l’ex scienziata della NASA Aisha Bowe e la conduttrice televisiva Gayle King. Tutte donne di successo. Tutte definite, nelle dichiarazioni ufficiali, come “narratrici capaci di ispirare”. Ed è proprio qui che il racconto, come spesso accade quando si mescola la retorica femminista con il marketing di élite, comincia a scricchiolare. Lauren Sánchez ha spiegato che il gruppo è stato scelto per dare voce alla rappresentanza femminile nello spazio, dove le donne hanno storicamente rappresentato solo l’11% degli astronauti. Un dato vero. Ma cosa significa davvero “rappresentanza” in questo caso? Forse che sei donne privilegiate, selezionate per notorietà e immagine, possano incarnare un avanzamento collettivo, un riscatto per tutte le altre?

Il problema è che questo tipo di operazioni, con tutta la loro patina patinata, trasformano l’idea stessa di emancipazione in una performance estetica. La figura femminile non rompe un tetto di vetro: ci si specchia, riflettendo i riflettori puntati su una capsula lanciata per lo spettacolo, non per la scienza. È una passerella verticale, non un reale passo in avanti nella lotta per la parità di genere. Non c’è nulla di realmente “rivoluzionario” nel fatto che una cantante famosa, una giornalista miliardaria o una manager entrino per dieci minuti in una capsula automatica per compiere una parabola suborbitale. Nessuna di loro è lì per merito scientifico, per competenze tecniche, per una carriera costruita nei laboratori, nei centri di ricerca, nelle sale controllo della NASA. Sono lì perché il razzo, oltre a decollare, deve vendere. Biglietti, immagini, narrazioni.

“Lo faccio per mia figlia”, ha detto Katy Perry, evocando l’immagine tenera della bambina che guarderà il cielo sapendo che la mamma “è andata nello spazio”. Una frase perfetta per le interviste, per le riviste di lifestyle, per far battere qualche cuore commosso. Ma anche qui: quale messaggio reale si trasmette alle figlie delle operaie, delle impiegate precarie, delle insegnanti sottopagate? Che lo spazio è un club esclusivo per chi ha già tutto?

Amanda Nguyen, attivista contro la violenza sessuale, è forse l’unica figura con un reale carico simbolico diverso. Ma anche lei, in questo contesto, rischia di diventare un elemento decorativo, un simbolo fra gli altri. A fare da collante, come sempre, è la narrazione che mescola empowerment e visibilità, talento e celebrity. Con un piccolo dettaglio che tutti sembrano dimenticare: nessuna di queste donne è diventata astronauta. Nessuna di loro ha intrapreso un percorso STEM in questo contesto. Non c’è selezione, né formazione, né prova scientifica. Solo un passaggio nella capsula e un ritorno sulla Terra – giusto in tempo per postare su Instagram. C’è poi un dettaglio che nessuna delle “narratrici” ha menzionato, e che pure dovrebbe farci riflettere: il costo ambientale di queste imprese. Ogni lancio suborbitale come quello di Blue Origin immette in atmosfera decine di tonnellate di CO₂ e altri composti chimici ad alta quota. Secondo stime recenti, un singolo volo di questo tipo inquina quanto l’intero ciclo di vita di un cittadino medio europeo in un anno. E qui non parliamo di progresso scientifico, di tecnologie utili, di satelliti o esplorazioni di frontiera: parliamo di turismo spaziale di lusso. La combustione del motore BE-3 utilizzato dalla Blue Origin impiega idrogeno e ossigeno liquidi, tecnicamente meno inquinanti in termini diretti di CO₂ rispetto ai combustibili fossili classici, ma questo è solo un frammento del quadro. La produzione, lo stoccaggio, il trasporto e le operazioni a terra generano un’impronta ecologica importante. E soprattutto, si tratta di voli assolutamente inutili sotto il profilo della ricerca scientifica. Sono eventi-spettacolo, destinati ad aumentare la reputazione delle aziende e il valore di mercato del marchio, non la conoscenza umana. Ironico, poi, che questi “lanci simbolici” per l’emancipazione femminile si reggano su modelli di consumo che vanno contro ogni principio di sostenibilità. Mentre milioni di donne nel mondo subiscono gli effetti concreti della crisi climatica – dalla desertificazione alle carestie, dall’accesso all’acqua alle migrazioni forzate – qualcuna fluttua per qualche minuto in assenza di gravità per “ispirare”. L’ossimoro è servito.

E allora, viene da chiedersi: questa è davvero emancipazione? O è la sua caricatura più sofisticata, più glamour, più neutra? In un mondo dove milioni di ragazze ancora non hanno accesso allo studio, dove la scienza è un campo di battaglia quotidiano contro la disparità di genere, dieci minuti nello spazio comprati da un miliardario non possono essere spacciati per svolta culturale. C’è un modo autentico per portare le donne nello spazio: investire nella loro formazione, abbattere gli ostacoli strutturali, garantire parità di opportunità nei percorsi scientifici e tecnologici. Tutto il resto – anche se sfreccia verso la linea di Karman – rimane a terra. E non ci sono razzi abbastanza potenti per nascondere questa verità.

Michela Castelluccio