La piaga invisibile del nostro tempo ha un nome: solitudine collettiva. Si diffonde come un meccanismo selettivo al contrario: mentre la vita implica movimento e interazione, la solitudine conduce all’isolamento. L’assenza di legami sociali intrappola le persone in una sorta di morte sociale, e non a caso la “bolla digitale” è una delle metafore più utilizzate nella contemporaneità. La mente umana, frutto di un’evoluzione biologica che ci ha resi esseri sociali con un profondo bisogno di empatia, percepisce la solitudine come una condizione vicina alla morte. Dietro un’apparente normalità, avanzano il consumo emotivo, la povertà affettiva e un crescente senso di sradicamento. Lo vediamo ogni giorno: il tempo dedicato ai pasti condivisi è crollato, il cibo d’asporto ha sostituito il cucinare insieme, il cinema e lo shopping si fanno sempre più spesso online, alimentando il monopolio di colossi come Amazon. Anche le droghe riflettono questo cambiamento: negli Stati Uniti, dopo l’ondata degli analgesici, gli oppioidi stanno mietendo vittime, con il Fentanyl che diventa un’arma di autodistruzione per i più vulnerabili. La solitudine è un problema trasversale che riguarda tutte le fasce d’età, reddito e classe sociale, ma colpisce più duramente chi ha meno risorse economiche. Non conosce confini: un sondaggio Gallup del luglio 2024 rivela che oltre una persona su cinque nel mondo si sente “molto o abbastanza sola”, un dato che corrisponde a oltre 1,8 miliardi di individui. Uno studio pubblicato su Nature nell’ottobre 2024, ripreso da Medscape il mese successivo, identifica la solitudine come un grave rischio per la salute mentale e fisica, contribuendo a disturbi come ansia, depressione e patologie cardiovascolari, fino all’Alzheimer e al Parkinson. L’OMS ha istituito una commissione dedicata per analizzare il fenomeno, e diversi Paesi si stanno muovendo nella stessa direzione. Nel Regno Unito, su 67 milioni di abitanti, ben 9 milioni dichiarano di sentirsi soli, tanto che nel 2018 è stato istituito il Ministero della Solitudine. Negli Stati Uniti, un quarto degli adulti non è sposato e nel 2018 il New York Times parlava di una “epidemia di solitudine” nel Paese. In Spagna, nel 2016 più di 4,5 milioni di persone vivevano da sole, molte delle quali sotto i 65 anni.

In Italia, il 2022 ha segnato un punto di svolta: secondo l’Istat, per la prima volta i single hanno superato le famiglie (33,2% contro 31,2%). Le famiglie unipersonali erano già un terzo del totale nel 2011, mentre nel 1971 erano solo il 12,9%. Nel 2024, 8,3 milioni di italiani vivevano soli, un numero destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione. Un rapporto Eurostat del 2017 indicava che il 13% degli italiani non sapeva a chi rivolgersi in caso di necessità, più del doppio della media europea del 6%. Un dato che si scontra con un’analisi Istat successiva, secondo cui il desiderio di avere figli è ancora diffuso: il 46% dei giovani tra i 18 e i 49 anni vorrebbe almeno due figli, ma gli ostacoli socio-economici rendono difficile trasformare questo desiderio in realtà. Il Covid ha aggravato la situazione: se da un lato i lockdown hanno fatto riscoprire ritmi di vita più lenti, dall’altro hanno accelerato la colonizzazione del tempo libero da parte dei social network e dell’iperconnessione. Sempre più persone riempiono le giornate navigando, chattando, guardando streaming e facendo acquisti online, sacrificando la socialità in presenza. Gli adolescenti ne sono i più colpiti: uno studio della sociologa Jean Twenge conferma che i giovani americani comunicano ormai più virtualmente che di persona. Un rapporto di Telefono Azzurro del 2023 indica che tra i 12 e i 18 anni il 50% trascorre sui social dalle due alle tre ore al giorno, mentre il 14% supera le quattro ore. Il 35% ha difficoltà ad addormentarsi e il 22% si sentirebbe “perso” senza la sua dose quotidiana di connessione. Inoltre, il numero di giovani che soffrono di ansia e senso di inadeguatezza è aumentato del 10% in cinque anni. La lettura è in calo perché i libri non offrono la rapidità richiesta dal mondo digitale, e la sedentarietà crescente porta a un aumento dell’obesità, con casi estremi di auto-reclusione come quelli degli hikikomori. La più grande emergenza, però, è l’erosione delle relazioni affettive. Mentre le grandi piattaforme digitali prosperano, le persone cercano intimità attraverso app di incontri come Tinder o Grindr. Tuttavia, la Generazione Z sta abbandonando queste piattaforme non per tornare agli incontri dal vivo, ma per paura del rifiuto. Le alternative? La solitudine, il metaverso o la pornografia online, ormai accessibile a tutti e sempre più diffusa tra i minori. Il cyber sex e il sexting su OnlyFans hanno trasformato il sesso in un’industria casalinga della perversione, alimentata da un mercato che monetizza ogni aspetto della vita. L’intelligenza artificiale sta già sviluppando macchine in grado di soddisfare i bisogni emotivi e sessuali, creando un futuro in cui l’interazione umana rischia di diventare sempre più marginale.

Negli ultimi anni sono proliferati studi sulla dipendenza dal sesso virtuale e dalla tecnologia come sostituti delle relazioni reali. L’ansia da prestazione sociale spinge molti giovani a evitare il coinvolgimento emotivo, visto come un rischio. Il modello individualista e performativo impone un’idea di successo che porta all’auto-isolamento. La psicoterapeuta Silvia De Napoli sottolinea che la società impone il “fare prestazionale”, generando un bisogno indotto di successo che rende difficile accettare la vulnerabilità. I social media promuovono un’immagine filtrata della felicità, nascondendo le difficoltà e i momenti di fragilità. Ma la vera relazione si basa sulla condivisione autentica, non sulla performance. Di fronte a questa crisi, il consumo di psicofarmaci è in aumento: nel 2019, il 10% degli italiani faceva uso di ansiolitici. Nel 2020, sono state vendute 36,5 milioni di confezioni di psicofarmaci, ma solo una minima parte è stata prescritta da specialisti. Questo indica che molti tentano di curare il proprio malessere con rimedi temporanei. Il Servizio Sanitario Nazionale destina solo il 3% del budget alla salute mentale, rendendo l’accesso alle cure psicologiche un lusso per pochi. Il bonus psicologo, introdotto nel 2022, ha avuto richieste massicce, ma fondi insufficienti per coprire il bisogno reale. Il giornalista Mattia Ferraresi descrive la solitudine odierna come il risultato di un’idea distorta di libertà, figlia del modello individualista e liberista. La vera ricchezza è il tempo dedicato alle relazioni, agli affetti, alla comunità. Tuttavia, per chi ha redditi bassi, il web diventa l’unica fuga accessibile. Le “community” virtuali danno l’illusione dell’appartenenza, ma non sostituiscono l’esperienza reale della condivisione. Il rischio è quello di un’umanità sempre più isolata e disumanizzata. Ma la soluzione esiste: riscoprire il valore delle relazioni, della solidarietà e della partecipazione, per contrastare la deriva verso un mondo di zombie digitali e individui alienati.

Michela Castelluccio