Non è solo il gusto ad essere amaro, questa volta. È una notizia che sa di scossa per il mondo del lavoro e per una delle realtà imprenditoriali più iconiche d’Italia: Campari ha annunciato l’avvio di un programma di risparmio che prevede il licenziamento di 500 dipendenti a livello globale, con almeno 100 esuberi in Italia. E non è tutto: secondo le indiscrezioni circolate nelle ultime ore, anche almeno 20 figure dirigenziali sarebbero coinvolte nel processo di ridimensionamento. Un terremoto organizzativo e umano che scuote uno dei simboli più riconoscibili del made in Italy, noto in tutto il mondo per l’eleganza delle sue bottiglie, il rosso magnetico del suo bitter e l’immaginario artistico che ha contribuito a costruire. Alla base della decisione, spiega l’azienda, vi sarebbe un contesto globale profondamente mutato negli ultimi mesi. Una formula che lascia intendere molto, pur senza dire troppo. Eppure i segnali c’erano: il terzo trimestre del 2024 ha segnato un netto crollo dell’Ebitda, il margine operativo lordo che racconta, più di ogni parola, la salute finanziaria di un’impresa. E così, da poco insediato, il nuovo CEO Simon Hunt — da appena un mese alla guida del gruppo — ha impugnato le redini con decisione, avviando un piano di contenimento dei costi che potrebbe riscrivere il volto della società. Il linguaggio aziendale parla di semplificazione, razionalizzazione, crescita della profittabilità. Una lingua fatta di termini chirurgici, ma che tradotta nella realtà significa possibili centinaia di persone che perderanno il lavoro. Dalla sede di Sesto San Giovanni ai team dislocati nel resto del mondo, il piano coinvolgerà l’intera macchina organizzativa di Campari. L’azienda, contattata dall’ANSA, ha confermato l’avvio di una ristrutturazione, ma ha precisato che i numeri sono ancora oggetto di valutazione. Tuttavia, è innegabile che il processo sia già in moto e che le “decisioni difficili” — come le ha definite la società — siano ormai all’orizzonte. In tutto questo, vale la pena fermarsi un istante e guardare indietro.
Chi è Campari? E perché questa notizia ci colpisce con tanta forza? Campari nasce nel 1860 a Novara, per mano di Gaspare Campari, un innovatore visionario che apre un piccolo laboratorio di liquori. È lì che prende vita il Bitter Campari, una ricetta segreta che diventerà leggenda. Negli anni ’20 del Novecento, la sede si sposta a Milano e inizia una trasformazione profonda: non solo una bevanda, ma un universo visivo e culturale. Campari diventa arte, design, pubblicità, stile. È Fortunato Depero a firmare alcune delle sue campagne più celebri, ed è proprio grazie a queste contaminazioni che il brand si trasforma in un’icona. Da lì in avanti, la crescita è costante e inarrestabile. Il gruppo acquisisce marchi storici come Aperol, Cynar, Wild Turkey, Skyy Vodka, Grand Marnier. Oggi Campari è presente in oltre 190 Paesi, conta quasi 5.000 dipendenti e rappresenta una delle realtà più solide del panorama internazionale nel settore degli spirit. Quotata in Borsa, apprezzata dai mercati, amata dai bartender. Un gigante che però, come dimostrano le ultime mosse, non è immune ai colpi della congiuntura economica globale.
Negli ultimi mesi, tra inflazione, rallentamento dei consumi, incertezze geopolitiche e turbolenze nei mercati internazionali, anche Campari ha dovuto fare i conti con margini in contrazione. Gli Stati Uniti, uno dei suoi mercati chiave, hanno registrato una frenata, e così è emersa la necessità di “rifocalizzare” le energie e alleggerire la struttura. L’intenzione del nuovo vertice è quella di rilanciare la profittabilità, ma il prezzo da pagare — se le cifre trapelate verranno confermate — sarà altissimo sul piano sociale. I sindacati, intanto, osservano con preoccupazione. Le sedi italiane coinvolte, in particolare, potrebbero essere quelle storiche: Milano, Sesto San Giovanni, Novara. L’atmosfera, all’interno dell’azienda, è tesa. Molti dipendenti attendono con ansia chiarimenti ufficiali, sperando che il piano possa essere rivisto, ridimensionato, rinegoziato. In gioco non c’è solo il posto di lavoro, ma un pezzo di identità collettiva. Perché Campari, da più di 160 anni, è parte della cultura italiana. È il bicchiere con l’arancia al tramonto, è l’aperitivo che racconta l’eleganza milanese, è quel colore rosso che ci accompagna nelle immagini, nei sogni e nelle serate. E forse è proprio per questo che questa notizia fa più male. Perché ci ricorda che neanche i miti sono invincibili. Anche i simboli, a volte, devono tagliare, cambiare, ridursi. Ma c’è da augurarsi che, nel fare tutto questo, Campari non dimentichi mai il valore delle persone che l’hanno resa grande. Perché un brand può essere forte quanto vuole, ma senza le sue anime, senza chi ogni giorno lo costruisce, non sarà mai davvero un’icona. Solo una bottiglia sullo scaffale, con dentro il ricordo di ciò che è stato.
Michela Castelluccio


