Originario di Udine, e residente a Roma, Maurizio Mazzurco è un poeta, che, sin da ragazzo, si è avvicinato, con grande passione ed entusiasmo, al mondo della  scrittura. Ha pubblicato svariate sillogi poetiche, che hanno ricevuto ottimi apprezzamenti, tra cui “Latrando silenzi al vento”, edito da Enoteca Letteraria, Roma, con cui ha vinto il Premio Patria Letteratura 2017; “L’esperienza della vita”, edito da Edizioni Ensemble; “Giochi innocenti”, edito da Lithos Editore; “Umana farsa, versi in terza rima nel parco”, edito da Edizioni Progetto Cultura, Roma; “Correre ancora”, edito da Edizioni Progetto Cultura, Roma; “Parole nuove sulla storia dell’universo”, edito da Edizioni Ensemble (…)

Mazzurco ha curato, qualche anno fa, l’edizione bilingue spagnolo-italiano, di “Voces desde la orilla” (Voci dalla riva, traduzione di Claudio Fiorentini) della poetessa peruviana Ana Varela Tafur, Edizioni Progetto Cultura, Roma, con il patrocinio e il supporto dell’Ambasciata del Perù in Italia.
È presente all’interno di svariate antologie poetiche, e ha ricevuto varie menzioni di merito. I suoi versi, inoltre, sono stati scelti per spettacoli di teatro-poesia. Grazie alla sua ampia esperienza nel campo, ha divulgato la poesia nella scuola primaria, e secondaria. Con Luciana Raggi, tiene svariati progetti culturali di rilievo, tra cui l’iniziativa “Poetando”, ottimamente strutturata e accolta, messa in campo all’interno della Biblioteca Vaccheria Nardi a Roma.

La sua poesia si pone molte domande, provocando svariati spunti di riflessione, rendendo, lo sguardo di chi legge, “panoramico”.
Non manca l’ambizione nell’affrontare temi centrali, come nelle sue opere “La storia dell’universo”, e “L’esperienza della vita”.

Mazzurco evidenzia, da sempre, l’importanza della espressione della creatività, che diviene comunicazione, condivisione, emozionalità. Di recente, ha dichiarato che “la poesia è un lampo in versi di provenienza ignota”.

Hai dichiarato di aver tentennato per tanti anni, prima di decidere di divulgare al mondo la tua poetica. Quando finalmente hai deciso di pubblicare, quale è stata l’emozione prevalente?
Fin da ragazzo ho scritto poesie, vivendo una vita normale di studio, lavoro e famiglia e continuando per conto mio, a parte un paio di tentativi giovanili di pubblicazione piuttosto velleitari. Poi quasi dieci anni fa, alle soglie della pensione, ho maturato la decisione di mettermi alla prova, di “uscire di casa” e diffondere finalmente i miei versi. La prima occasione, colta semplicemente cercando su internet, è stata l’iscrizione allo speed date con un editore presso un circolo letterario.  Era come un salto nel buio. Ero preoccupato e curioso. Che impressione avrei fatto ai miei ascoltatori? Avevo solo dieci minuti per presentarmi e presentare le mie poesie, e dovevo usarli nel migliore dei modi. Ne sarei stato capace? Alla fine, ho trovato chi mi ha ascoltato e incoraggiato a continuare.

In che modo la poesia diviene un mezzo comunicativo per veicolare un pensiero, un sentimento, il senso di una vita?

È come definire l’indefinibile. Paul Celan parla della poesia come dono per chi sta all’erta. Sarò ingenuo o schematico, ma vorrei dare una definizione semplice, ecumenica, per capire di che cosa stiamo parlando; poi ognuno, con onestà intellettuale, ci mette dentro quello che vuole. La poesia è una forma d’arte che crea, servendosi della parola come strumento, un componimento fatto di frasi dette versi, in cui il significato si lega anche al suono e al ritmo, un po’ come la musica. Per questo, oltre e più che letta, va detta a voce alta. Abbiamo cinque anni? Novanta? Sentiamo in noi un desiderio forte, insopprimibile, di dare forma a un’idea e scriviamo una frase, tante frasi. Questo succede a chi scrive poesia. Ovviamente non è detto che sia sufficiente aver ascoltato e tradotto in parole il nostro pensiero per dire di aver generato poesia, anche se scrivere versi può avere una funzione catartica e terapeutica. In ogni caso, si tratta di un mezzo ideale per esprimere, con libertà, le emozioni e le riflessioni più profonde, e coinvolgere il lettore, che poi le fa proprie.  Questo cammino per me è iniziato a quindici anni, l’età di quella che una volta si chiamava crisi esistenziale. Poi si è approfondito, divenendo sempre più consapevole ricerca; il legame con la poesia si è fatto quasi una vicenda, un rapporto personale; la poesia è diventata una coscienza, un modo di esprimere l’umanità e di vivere. Col tempo coscienza anche solidale, che ha voluto andare incontro all’umanità e al mondo, facendosi molte domande in tutta sincerità, senza avere risposte pronte.

Come strutturi le tue idee, per consolidarle in un linguaggio poetico?

Pur tenendo conto dell’indefinibilità e dell’inafferrabilità della poesia, all’istinto col tempo si è aggiunta una certa esperienza artigianale, che mi aiuta a cercare, come si suol dire, la corrispondenza fra significato e significante, e a trovare il suono e il ritmo per esprimere il mio pensiero. Non ho regole fisse. Una volta avuta l’idea e preso qualche appunto, ho solo bisogno di pace, silenzio e pazienza. A parte poi le questioni estetiche, per scrivere serve anche leggere molto.

Durante il tuo excursus culturale, vi è stato un poeta, tra i tanti, a cui ti sei maggiormente ispirato?

Nel tempo ho attraversato predilezioni diverse. Ho una formazione classica e una cultura eclettica e assai poco sistematica, forse carente su alcuni versanti, ma la mia scrittura è comunque legata al passato, a cominciare dai lirici greci, come Alcmane, Alceo, Saffo, per proseguire con i classici, e finire con il Novecento. In Giochi innocenti dico a me stesso “Ti inzacchera il pantano / del secolo scorso”. Forse gli echi più evidenti a questo riguardo provengono da Montale, Saba, Betocchi, a cui aggiungo Biagio Marin, mia recente rilettura. Se voglio riconoscere i miei padri letterari e poetici, tuttavia, forse devo risalire alla Bibbia e al teatro di Shakespeare, in cui, osservati da diversi punti di vista, credo si rispecchino profondamente i vari aspetti della condizione umana.

Il genere letterario della poesia è spesso boicottato. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

In questi anni ho sentito dire tante volte le stesse cose: tutti scrivono e nessuno legge, troppa velocità, minimalismo beota, nuova estetica, nuovi canali, nuovi progetti, il linguaggio si impoverisce, tutto congiura per un livellamento dell’essere umano verso il basso, non c’è futuro per la poesia. La poesia negli ultimi decenni ha trovato di fronte a sé molti nemici, le comunicazioni di massa, poi i social network, che propongono modelli esibizionistici. Tuttavia, la sua forza è immutabile, restano la passione dei poeti, l’interesse dei lettori e la comunicazione che avviene per mezzo dei versi.

Dimostri di essere un poeta, e un essere umano, che guarda oltre i confini convenzionali. Quanto è importante, in questo periodo storico, avere il coraggio di essere autentici?

Credo che essere autentici non dovrebbe richiedere coraggio, ma essere una necessità, oggi come in ogni tempo. Anche nello scrivere poesia. Oltre un secolo fa Saba, alla domanda “che cosa resta da fare ai poeti?”, rispondeva: “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”; mantenere “la costante e rara cura di non dire una parola che non corrisponda perfettamente alla loro visione: quello che ho chiamato onestà letteraria è reazione alla pigrizia intellettuale che impedisce allo scandaglio di toccare il fondo”; lavorare “con la scrupolosa onestà dei ricercatori del vero”. Così “si vedrà quello che non per forza d’inerzia, ma per necessità deve ancora essere significato in versi”. C’è chi dice che ai poeti oggi non resta che alzare la voce e fare poesia “civile”, ma mi sembra riduttivo. Io mi definisco, autoironicamente, poeta incivile. Enorme è la funzione della poesia come coscienza solidale, e a me questo basta. Tanta poesia è civile, anche Kavafis o Dickinson che hanno vissuto chiusi in una stanza. Mettersi in gioco, questo è importante.

La “bellezza”, intesa come arte, come poesia, può ancora salvare l’anima, e salvare il mondo?

La concezione greca della kalokagathia sosteneva che vi è una complementarità tra “bello” e “buono”: ciò che è bello non può non essere buono e ciò che è buono è necessariamente bello. Questo principio veniva riportato all’ordinamento del cosmo. Penso alla definizione “una bella persona”: mi viene in mente Sammy Basso, recentemente scomparso e che ha colpito tutti per come ha saputo vivere la sua vita e testimoniarne l’autentica bellezza, pur non essendo “bello”. In realtà da secoli, da quando ha abbandonato il rapporto con il “bello naturale” e ha cominciato a essere definita dai cosiddetti “canoni estetici”, la bellezza è in grave crisi, non solo come arte o poesia, ma soprattutto come “qualità capace di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione”. Oggi sembrano quasi più attraenti la ricerca e l’esperienza della bruttezza. Non so se l’arte e la poesia possano o abbiano mai potuto salvare il mondo, ma dobbiamo essere coscienti di vivere in questo contesto. Ciò che può consolarci è che, anche quando scruta le profondità più oscure, l’artista -e penso ad esempio alla ineludibile voce di Baudelaire- si fa portavoce dell’universale, sofferta, attesa di umano riscatto, della necessaria ricerca di armonia con noi stessi e il mondo.