Il dibattito sulla crisi culturale è un classico senza tempo. Cambiano i contesti, ma l’allarme rimane lo stesso: la società starebbe perdendo profondità, il pensiero critico sarebbe in declino e il sapere verrebbe soppiantato da un intrattenimento superficiale. L’ultima denuncia arriva dalle pagine del Corriere della Sera, dove Aldo Cazzullo esprime la sua preoccupazione per un episodio avvenuto a Roccaraso. Qui, una giovane influencer napoletana ha attirato una folla di turisti grazie a un video virale su TikTok. Per il giornalista, questa dinamica rappresenta un segnale inequivocabile del deterioramento culturale: se oggi basta un balletto per orientare i flussi turistici, che ne sarà dell’arte, della letteratura, del cinema d’autore?
Come scriveva George Orwell: “ogni generazione si crede più saggia di quella successiva e più intelligente di quella passata”, s’intuisce come l’idea che la cultura stia morendo non sia affatto nuova. L’abbiamo sentita negli anni ’50, quando la televisione si impose come mezzo dominante, suscitando il timore di un impoverimento della conoscenza. L’abbiamo ritrovata con l’avvento del cinema, accusato di distrarre le masse con storie effimere e spettacolari. Persino la stampa a caratteri mobili, nel XV secolo, fu vista con sospetto dai difensori della tradizione orale. Oggi, il bersaglio è il web e i social network, strumenti che hanno rivoluzionato la comunicazione, abbattendo le barriere tra creatore e pubblico. Ma siamo davvero di fronte a una catastrofe culturale o a una trasformazione che richiede nuovi strumenti interpretativi? Forse il problema non è la cultura, ma chi la racconta; l’affermazione che la cultura sia in pericolo merita un’analisi più approfondita. Oggi l’accesso alla conoscenza è più semplice e immediato che mai: libri, saggi, documentari, corsi online, conferenze in streaming. Eppure, sembra che la percezione diffusa sia quella di un mondo che sta perdendo i propri riferimenti culturali. Ma è davvero così? Oppure il problema risiede altrove? Per decenni, l’editoria e il giornalismo hanno selezionato chi poteva avere voce nel dibattito culturale. Le idee erano filtrate da un sistema chiuso, dove la reputazione contava più della qualità. Il risultato è stato un panorama spesso autoreferenziale, in cui emergere era possibile solo attraverso dinamiche consolidate. Oggi, quella barriera è caduta. Chiunque può esprimersi, divulgare, creare. Questo porta inevitabilmente a una crescita esponenziale di contenuti, molti dei quali superficiali o di scarso valore. Ma significa forse che la cultura “alta” è sparita? No, semplicemente si è mescolata, ha perso la sua aura esclusiva e ora coesiste con una miriade di forme diverse. Se un tempo la qualità era garantita da una selezione dall’alto, oggi la sfida è diversa: il pubblico deve imparare a discernere tra valore e banalità. Non è la fine della cultura, ma la fine di un certo modo di concepirla.
Un’altra paura che aleggia nelle parole di Cazzullo è quella dell’Intelligenza Artificiale. L’idea che le macchine possano sostituire scrittori, giornalisti e pensatori alimenta una crescente inquietudine. Ma è davvero così? L’IA è in grado di produrre testi coerenti, di imitare stili, di assemblare informazioni. Tuttavia, non può creare qualcosa di realmente originale, rivoluzionario o profondamente umano. La creatività non è una questione di dati, ma di intuizioni, di vissuto, di esperienza soggettiva. Un algoritmo può scrivere un articolo leggibile, ma non potrà mai sostituire la profondità di un autore che riflette sul mondo con uno sguardo personale. Forse, la vera paura non è che l’IA possa superare gli esseri umani nella produzione culturale, ma che possa già replicare gran parte di ciò che viene oggi considerato “giornalismo di qualità”. Se un software può produrre contenuti indistinguibili da quelli pubblicati da grandi testate, il problema non è l’algoritmo, ma il fatto che certi contenuti erano già prevedibili e ripetitivi. Michel Foucault scriveva: “Il futuro appartiene a chi è disposto a esplorarlo”, ciò significa che la cultura non è un’entità statica, ma un organismo in continua evoluzione. Se oggi sembra in crisi, è solo perché sta cambiando forma, invece il vero rischio non è l’avanzata della tecnologia, né la popolarità degli influencer, né l’IA. Il vero pericolo è l’incapacità di adattarsi al cambiamento, di affrontare di cercare nuove vie per raccontare il mondo. Chi si limita a rimpiangere il passato rischia di restare indietro, osservando da lontano una cultura che, invece di morire, sta semplicemente trovando nuovi modi per esprimersi.
Michela Castelluccio


