“Amo chi sa ridere, perché ha capito la tragedia.” Questa frase, che potrebbe essere attribuita a Pirandello o scritta in una postilla marginale da Ennio Flaiano, sembra descrivere perfettamente l’anima di Amleto De Silva, scrittore, vignettista, intellettuale ironico e mai rassegnato, scomparso all’età di 65 anni. Nato a Napoli, cresciuto a Salerno e infine approdato a Roma, De Silva era una di quelle figure rare che attraversano la scena culturale con passo lieve ma incisivo, lasciando orme di pensiero nelle pieghe della risata. Chi ha letto i suoi libri — da Bocca mia mangia confetti a Una banda di scemi — sa che Amleto De Silva apparteneva a quella scuola dell’umorismo intelligente che non consola ma sveglia, non intrattiene ma rivela. Era un umorista nel senso alto e nobile del termine, vicino alla tradizione satirica europea che va da Rabelais a Karl Kraus, da Molière fino ai Monty Python. Un umorismo che osserva la realtà, la smonta e la ricompone, mostrandone le contraddizioni, le assurdità, e talvolta, le tenerezze nascoste sotto la coltre dell’abitudine. L’esordio sulle pagine di Cuore, il settimanale satirico che negli anni ’90 fu un faro di dissenso intelligente e anarchico, segnò la cifra stilistica di De Silva: affilato ma mai cinico, allegro ma mai banale. Passò poi a collaborare con Smemoranda, portando la sua voce in quella sorta di agenda generazionale che fu molto più di un diario scolastico: un laboratorio di idee, un’antologia di umanità.

Amleto — già il nome, inevitabilmente teatrale e shakespeariano, sembrava suggerire il destino di un pensatore tragico dotato di humour — ha incarnato una figura ibrida, a metà tra il narratore e il giullare, il moralista e il buffone di corte. Nei suoi romanzi come nelle sue vignette, si avvertiva la tensione tra la leggerezza e il peso del mondo, tra la comicità e la malinconia, come accadeva nei personaggi di Chaplin o nei racconti di Achille Campanile. Lo ha ricordato con commozione l’editore Florindo Rubbettino: “Il suo ricordo vivrà attraverso le sue opere, che continueranno a parlarci e a farci sorridere, come solo lui sapeva fare. Amleto è stato un osservatore acuto della realtà, un maestro nell’arte dell’ironia”. Le sue parole trovano eco in quelle di Luigi Franco, direttore editoriale della Rubbettino e suo editor, che lo ha descritto come “una persona di grande cultura e sensibilità, che non amava esibire”. Una definizione preziosa in un’epoca in cui l’esibizione spesso traveste la sostanza. Nella letteratura di De Silva si incontrano la musicalità della lingua partenopea, il ritmo sincopato della satira politica e sociale, e una sorprendente capacità di virare improvvisamente verso il lirismo. I suoi testi erano capaci di far ridere di gusto e, nella stessa pagina, di colpire al cuore con una frase che sapeva di verità. Era questa la sua cifra: una risata che ti lascia pensare, una battuta che ti fa riflettere, un nonsense che nasconde un senso più profondo. Come ha scritto Luigi Franco: “Oggi perdiamo un autore, un umorista, un’anima libera, ma il suo spirito vivrà per sempre attraverso le sue pagine”. Parole che riecheggiano l’idea pasoliniana dell’intellettuale come coscienza critica, ma rivista con lo sguardo di chi ha scelto l’umorismo come forma di resistenza. Nel mondo della cultura partenopea e nazionale, sono piovuti i messaggi di cordoglio: colleghi, amici, lettori. Tutti uniti dal sentimento di aver perso non solo uno scrittore, ma un complice nell’arte della decifrazione del reale. De Silva era capace di intercettare il grottesco quotidiano, restituendolo con una scrittura che non faceva sconti, ma nemmeno alzava muri. La sua era una comicità democratica, accessibile ma mai sciatta, popolare ma mai populista. Se è vero, come scrisse Victor Hugo, che “la malinconia è la gioia di essere tristi”, allora Amleto De Silva sapeva trasformare questa malinconia in carburante per raccontare l’assurdo della vita con lo spirito libero di chi non ha mai voluto essere altro che sé stesso.

Amleto De Silva ci lascia nella notte tra il 28 e il 29 dicembre, come uno di quei personaggi che nei suoi racconti se ne andavano con discrezione, senza fare rumore, ma lasciando dietro di sé un’eco lunga. Aveva ancora progetti, parole da scrivere, risate da provocare. Ma forse, come scrisse Calvino, “ciò che conta nella vita non è dove si va, ma con chi si cammina”. E Amleto ha camminato con i suoi lettori, offrendo loro una bussola fatta di ironia e intelligenza. Il suo addio non è un epilogo, ma una sospensione. Le sue opere restano, e con esse il privilegio di continuare a sorridere con lui — anche quando il mondo ci invita a fare il contrario.

Michela Castelluccio