Dalla bancarella dell’Upper East Side a un palco mediatico globale: la “banana” di Maurizio Cattelan diventa il fulcro di una nuova riflessione tra arte, potere economico e provocazione digitale. 

Una banana. Nastro adesivo. Un muro bianco. Quello che, a prima vista, potrebbe sembrare uno scherzo da liceali si è trasformato, negli anni, in uno dei simboli più discussi e divisivi dell’arte contemporanea: Comedian, l’opera firmata da Maurizio Cattelan nel 2019 e venduta per milioni di dollari, ha nuovamente guadagnato le prime pagine dei giornali. Ma questa volta, il gesto è andato oltre l’installazione concettuale: Justin Sun, 34enne miliardario e fondatore della piattaforma blockchain Tron, ha deciso di mangiare pubblicamente la banana che aveva acquistato all’asta per 6,2 milioni di dollari. Sorridendo davanti a una platea di giornalisti e influencer in uno degli hotel più esclusivi di Hong Kong, ha sbucciato il frutto, l’ha addentato e ha dichiarato con disarmante leggerezza: “È molto meglio delle altre banane”. Ma sotto questa apparente boutade si cela un gesto denso di significati, capace di mettere in discussione i confini stessi tra arte, performance e mercato. Non è la prima volta che una provocazione così semplice deflagra nel mondo dell’arte. Quando Marcel Duchamp espose il suo Fountain nel 1917 – un orinatoio capovolto firmato con lo pseudonimo “R. Mutt” – voleva rompere le convenzioni dell’estetica accademica e spostare l’attenzione sull’idea, non sull’oggetto. Cattelan, che da sempre gioca col grottesco e l’assurdo (si pensi al Papa colpito da un meteorite o all’autoritratto impiccato a Milano), riprende quella tradizione dadaista e la declina nel nostro presente iper-capitalista e iper-mediatico. Comedian non è la banana in sé, ma l’intera messa in scena. L’atto performativo della sostituzione del frutto ogni pochi giorni, l’attenzione mediatica, le reazioni del pubblico, e ora, l’atto cannibalesco di Sun: tutto fa parte dell’opera. E come Duchamp trasformava oggetti comuni in icone d’avanguardia, Cattelan e Sun trasformano una banana in un’interrogazione planetaria sull’arte e il denaro. Justin Sun non è nuovo ai gesti eclatanti. Pioniere delle criptovalute, ex ambasciatore di Grenada presso l’Organizzazione mondiale del commercio, è una figura a metà tra il magnate e l’influencer. La sua performance – studiata nei minimi dettagli – non è stata un capriccio, ma un manifesto. Dopo aver mangiato la banana, ha tenuto un discorso in cui ha tracciato un parallelo tra arte concettuale e blockchain, affermando che “anche le criptovalute sono un atto di fede nel valore immateriale”. Un’idea che richiama i principi della smaterializzazione dell’arte, teorizzata negli anni ’60 da Lucy Lippard, dove il significato conta più della materia.

Ma il gesto assume contorni ancora più pungenti quando si scopre la storia della banana originale. Acquistata per pochi centesimi in una bancarella di frutta dell’Upper East Side di Manhattan, è stata venduta a milioni sotto forma d’arte. Il fruttivendolo, Shah Alam, 74 anni, ha confessato tra le lacrime al New York Times: “Non ho mai visto questo tipo di denaro”. Colpito dalla sua reazione, Sun ha annunciato l’acquisto di 100.000 banane dalla bancarella di Alam, da distribuire in tutto il mondo come gesto simbolico. Una forma di beneficenza, ma anche un ulteriore livello di performance, in cui la generosità si intreccia all’autocelebrazione. Non è la prima volta che la banana di Cattelan viene “consumata”. Nel 2023, lo studente Noh Huyn-soo, durante una mostra a Seul, la mangiò affermando prima di avere fame, poi di voler “compiere un atto di ribellione su un atto di ribellione”. In effetti, Comedian è strutturata proprio per contenere – e sopravvivere – a questi gesti. Come un rito che si rinnova, dove l’oggetto viene sacrificato ma l’aura dell’opera resta intatta, se non addirittura amplificata. Che valore ha oggi l’arte? Può davvero essere separata dai meccanismi del mercato e della visibilità? Justin Sun ha usato un frutto destinato a marcire per diventare eterno, almeno nella cronaca. Ha fuso il gesto primordiale del mangiare con quello sofisticato del collezionismo. Ha smontato l’oggetto artistico per trasformarlo in narrazione globale. In un’epoca in cui tutto è esperienza, branding, storytelling, forse l’arte non è più ciò che si guarda, ma ciò che accade. E ogni morso, ogni flash, ogni tweet contribuisce a costruire – o a demolire – il significato.

Michela Castelluccio