C’è una scena, nel film Il diritto di contare, in cui Katherine Johnson – interpretata da una straordinaria Taraji P. Henson – corre sotto la pioggia per raggiungere l’unico bagno “riservato ai neri” del centro di ricerca dove lavora. È il 1961, e mentre l’America insegue la conquista dello spazio, sul suolo terrestre a Katherine è ancora negato il diritto più basilare: quello alla dignità. Ma questa corsa non è solo una scena cinematografica. È la perfetta metafora della vita di Johnson: una maratona intellettuale, umana e sociale verso il riconoscimento, in un mondo che faceva di tutto per tenerla indietro. Katherine Johnson non ha mai indossato una tuta spaziale, ma senza di lei nessun astronauta americano avrebbe potuto lasciar terra in sicurezza. La sua mente ha tracciato traiettorie, calcolato orbite, corretto algoritmi. I suoi numeri hanno fatto decollare le ambizioni spaziali degli Stati Uniti e hanno reso possibile il celebre allunaggio dell’Apollo 11 nel 1969.

Nata a White Sulphur Springs, in Virginia, il 26 agosto 1918, Katherine Goble Johnson era un prodigio precoce. A soli 14 anni aveva già concluso le scuole superiori e a 18 si laureava in matematica e francese alla West Virginia State College, un traguardo straordinario per chi, come lei, viveva in un’America ancora segregata e profondamente ostile al progresso sociale delle donne afroamericane. Dopo la laurea, Johnson insegnò in una scuola per neri in Virginia. Ma il suo talento era troppo grande per restare confinato in un’aula rurale. Quando il National Advisory Committee for Aeronautics (NACA, precursore della NASA) aprì le porte alle donne afroamericane, Katherine colse l’occasione. Era il 1953. Entrò come “computer umano”, figura relegata agli uffici, al margine delle decisioni. Ma lei era diversa. Curiosa, rapida, determinata, cominciò a porre domande, a farsi avanti, a proporsi per incarichi che “non erano previsti” per una donna nera. A farle da ponte fu la geometria analitica, che padroneggiava con una naturalezza sorprendente. Fu così che nel 1958 le fu affidato un ruolo nel team maschile di ricerca sui voli spaziali. Un evento senza precedenti.

Katherine Johnson è stata l’unica persona in grado di dare sicurezza a uno degli eroi americani della conquista spaziale. Nel 1962, quando la NASA iniziò a utilizzare i primi calcolatori elettronici per pianificare il volo orbitale dell’astronauta John Glenn, fu lui stesso a chiedere: “Fate controllare i calcoli dalla ragazza.” Quella ragazza era Katherine. Solo dopo il suo via libera, Glenn salì a bordo e scrisse un capitolo di storia. Il suo contributo fu essenziale anche per la missione Mercury e per le successive tappe della corsa spaziale. Ma nessun riflettore si accese su di lei. Per decenni, il suo nome restò nascosto, come quello di tante altre donne che avevano fatto la differenza dietro le quinte dell’innovazione scientifica americana. Nel 2016, grazie al libro Hidden Figures di Margot Lee Shetterly e alla sua trasposizione cinematografica diretta da Theodore Melfi, la storia di Katherine Johnson – insieme a quella delle colleghe Dorothy Vaughan e Mary Jackson – è finalmente uscita dall’ombra. Il film ha ottenuto tre nomination agli Oscar (Miglior Film, Miglior Sceneggiatura non originale, Miglior Attrice Non Protagonista) e ha portato sullo schermo una verità potente: non c’è progresso se si lascia qualcuno indietro. Il titolo italiano del film, Il diritto di contare, gioca su un doppio significato: la possibilità di fare i conti – quelli matematici, fondamentali per portare l’uomo nello spazio – e quella, altrettanto vitale, di contare nella società. Di essere riconosciuti. Di avere voce. Katherine visse abbastanza a lungo da assistere alla consacrazione del suo ruolo. Morì nel 2020, a 101 anni, dopo aver ricevuto onorificenze importanti, tra cui la Medaglia presidenziale della libertà conferitale da Barack Obama nel 2015 e l’intitolazione di un centro di calcolo della NASA a suo nome.

Michela Castelluccio