Una vita passata in attesa di una fine mai arrivata. Una sentenza ribaltata dopo oltre mezzo secolo. Il volto stanco ma lucido di un uomo che a 88 anni rivede la luce non solo del sole, ma della giustizia.
Questa è la storia di Iwao Hakamada, ex pugile giapponese, simbolo vivente delle ombre che possono annidarsi anche nei sistemi giudiziari delle democrazie avanzate. Arrestato nel 1966, condannato a morte nel 1968, assolto nel 2024: un viaggio spaventoso lungo 56 anni, spesi nel braccio della morte di un carcere giapponese, per un crimine che – ora è ufficiale – non ha mai commesso. Il 13 marzo 2024 il Tribunale distrettuale di Shizuoka ha emesso una sentenza destinata a entrare nei libri di storia: “Il signor Hakamada non può essere considerato il criminale”. Una frase secca, ma che ha il peso di una liberazione epocale. Il suo caso , infatti, è da decenni considerato uno dei più controversi e discussi nella storia della giustizia giapponese, divenuto emblema di ciò che molti attivisti definiscono “giustizia degli ostaggi”: un sistema che, in Giappone, permette interrogatori prolungati e senza avvocato, in condizioni che favoriscono confessioni estorte con la pressione psicologica, se non con la violenza. Era il 1966 quando Iwao Hakamada, ex pugile professionista divenuto operaio in una fabbrica di miso nella prefettura di Shizuoka, venne arrestato con l’accusa di aver assassinato il suo datore di lavoro, la moglie e due dei loro figli. Un crimine efferato: i quattro vennero uccisi a coltellate nella loro abitazione, poi data alle fiamme. Dopo 20 giorni di isolamento e interrogatori incessanti, Hakamada firmò una confessione che avrebbe poi ritrattato durante il processo, dichiarandosi innocente. Ma quella confessione – che secondo l’imputato fu estorta con la forza e la minaccia – bastò ai giudici per condannarlo a morte. La prova principale? Cinque indumenti macchiati di sangue ritrovati più di un anno dopo il crimine, immersi in una vasca colma di miso. Quelle macchie – si disse – coincidevano con i gruppi sanguigni delle vittime e di Hakamada. Peccato che, come stabilito ora dai giudici, quella prova fosse frutto di un depistaggio. Secondo il tribunale, è “scientificamente inaccettabile” che il sangue potesse restare visibile in quel modo dopo così tanto tempo in una sostanza fermentata come il miso. Quelle prove, oggi lo sappiamo, furono manipolate e piazzate sul luogo del ritrovamento molto tempo dopo gli omicidi. Dietro questa assoluzione storica c’è anche la voce instancabile di una donna: Hideko Hakamada, sorella maggiore di Iwao, oggi 91enne. È stata lei, per oltre mezzo secolo, a lottare contro il tempo e contro le istituzioni, mantenendo viva la causa del fratello. Ha incontrato attivisti, organizzato campagne, scritto appelli, fino a quando il caso è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica e della magistratura. “Per moltissimo tempo abbiamo combattuto una battaglia che sembrava infinita”, ha dichiarato. “Ma stavolta credo che la porteremo davvero a una conclusione.” La vicenda dell’ex pugile getta una luce impietosa sul sistema penale giapponese, che da anni viene criticato da organizzazioni internazionali per i suoi metodi. L’avvocato Teppei Kasai, portavoce di Human Rights Watch Asia, ha commentato: “Il caso Hakamada è solo uno dei tanti esempi della cosiddetta ‘giustizia degli ostaggi’. I sospetti vengono trattenuti per settimane senza la presenza di avvocati, interrogati incessantemente fino a crollare.” Nel braccio della morte giapponese – una condizione di isolamento estremo e attesa psicologicamente devastante – i detenuti non sanno nemmeno quando verranno giustiziati: la comunicazione arriva solo poche ore prima dell’esecuzione, se arriva. Hakamada ha vissuto 56 anni in questa incertezza, in un limbo senza tempo, dove ogni giorno poteva essere l’ultimo. È il condannato a morte più longevo della storia moderna. Il Giappone, insieme ad alcuni stati americani, resta l’unico Paese industrializzato e democratico a mantenere attiva la pena di morte. Una scelta che oggi viene messa ancora più in discussione alla luce di errori giudiziari come questo. È un Paese dove l’85% della popolazione si dice ancora favorevole alla pena capitale, ma dove casi come quello di Hakamada stanno lentamente incrinando il consenso unanime. E ora la domanda si fa inevitabile: quanti altri innocenti attendono, nel silenzio delle carceri giapponesi, una giustizia che potrebbe non arrivare mai? Oggi Iwao Hakamada è libero, ma profondamente segnato. Ha trascorso più di due terzi della sua esistenza in una cella, lontano dal mondo, privato della libertà, della dignità, del tempo. È un sopravvissuto, ma anche un testimone. La sua storia è un ammonimento per tutti i sistemi giudiziari del mondo: la giustizia, quando si piega all’errore o all’abuso, non ferisce solo il singolo. Ferisce l’intera società.
La vera domanda che ci lascia Hakamada, oggi, non è “come ha fatto a sopravvivere?”. È: come abbiamo fatto a lasciarlo lì così a lungo?
Michela Castelluccio


