Londra. Il tono è solenne, lo scenario inquietante. Ma il messaggio del generale Sir Roly Walker, nuovo capo dell’esercito britannico, è limpido: il Regno Unito deve prepararsi, entro il 2027, alla possibilità concreta di un conflitto globale. Un’ipotesi estrema, certo, ma che secondo il generale non può più essere considerata solo materia da romanzi distopici o simulazioni accademiche. Durante il suo primo discorso ufficiale, pronunciato lo scorso 23 luglio al Royal United Services Institute – il più antico think tank militare del mondo – Walker ha tracciato una linea netta tra passato e futuro: «Non possiamo più permetterci di prepararci alle guerre del passato. Dobbiamo guardare avanti, e farlo in fretta». Il riferimento non è solo alla crescente instabilità internazionale, ma anche alla necessità urgente di dotare l’esercito britannico di strumenti all’altezza di un conflitto moderno: armi intelligenti, sistemi di difesa automatizzati, droni, missili a guida multipla. La data indicata da Walker non è casuale. Secondo le previsioni dell’intelligence occidentale, entro il 2027 la Cina potrebbe compiere un’azione militare diretta contro Taiwan, con conseguenze potenzialmente dirompenti per l’equilibrio globale. In parallelo, anche la Russia potrebbe avviare un nuovo ciclo di riarmo, una volta superata l’attuale fase di logoramento nella guerra in Ucraina. Walker, ex comandante delle forze speciali e veterano delle missioni in Afghanistan, non ha usato mezzi termini: «Non possiamo escludere lo scenario di una Terza guerra mondiale. E dobbiamo prepararci». Il suo discorso non è stato solo un avvertimento, ma anche una chiamata all’azione per politica, industria e opinione pubblica. Il generale ha parlato esplicitamente di un blocco anti-occidentale composto da Russia, Cina, Corea del Nord e Iran. Una rete di alleanze informali, ma strategicamente allineate, che rappresenta oggi la principale minaccia alla stabilità internazionale. Il timore è che un conflitto regionale – come quello in Ucraina o uno potenziale nello Stretto di Taiwan – possa fungere da detonatore per uno scontro su scala globale, dove l’uso di nuove tecnologie belliche e cyberarmi renderebbe i confini tra campo di battaglia e civiltà sempre più sfumati. Oggi l’esercito britannico conta circa 72.000 effettivi attivi – il numero più basso dalla fine dell’Ottocento. Ma secondo Walker, non è solo una questione numerica: bisogna cambiare paradigma. «L’equilibrio non si gioca sui numeri, ma sulla deterrenza e sull’innovazione», ha sottolineato. È per questo che il focus è ora sulla creazione di forze agili, digitalizzate, dotate di armi autonome e capacità di risposta immediata, in grado di scoraggiare il nemico prima ancora che si verifichi un’escalation. Nel piano del nuovo comandante, il Regno Unito dovrà dotarsi entro tre anni di un sistema di difesa avanzato, capace di fronteggiare minacce simultanee in teatri diversi. Un’ambizione che richiede investimenti massicci, ma anche un rinnovato spirito di coesione strategica tra i Paesi alleati della NATO.

Tuttavia, la corsa alla modernizzazione deve fare i conti con le rigidità del bilancio della Difesa, storicamente sotto pressione nel Regno Unito. Già si teme che il Paese possa essere costretto a ridurre la propria partecipazione a progetti internazionali d’avanguardia, come il programma Tempest, il caccia di sesta generazione sviluppato in cooperazione con Italia e Giappone. La contraddizione è evidente: mentre la minaccia cresce, i mezzi rischiano di diminuire. Ecco perché Walker ha chiesto al governo un incremento sostanziale delle risorse destinate alla Difesa, sostenendo che ogni investimento oggi può significare un deterrente domani.

Michela Castelluccio