Un nuovo esame medico-legale sulla morte del Pibe de Oro rimette tutto in discussione. Otto imputati sotto accusa per omicidio colposo, ma la verità si complica.

Diego Armando Maradona è morto il 25 novembre 2020 nella sua casa di Tigre, alle porte di Buenos Aires. Ma a quasi quattro anni di distanza, la sua morte resta avvolta in un mistero che la giustizia argentina non è ancora riuscita a sciogliere. L’ultima svolta è arrivata pochi giorni fa, quando una nuova perizia medico-legale ha messo in discussione le conclusioni precedenti, aprendo uno spiraglio inaspettato per gli otto operatori sanitari sotto processo con l’accusa di omicidio colposo semplice con dolo eventuale. Maradona, 60 anni, era reduce da un intervento neurochirurgico per la rimozione di un ematoma subdurale. Dopo le dimissioni, era stato affidato alle cure domiciliari di una squadra medica privata composta da un neurochirurgo, una psichiatra, due infermieri, un coordinatore medico e altri tre operatori sanitari. Il 25 novembre, il cuore di Diego si è fermato. E con lui si è spenta un’icona del calcio mondiale. La prima indagine della Commissione medica disposta dal tribunale aveva parlato di un lento e doloroso declino, un’agonia durata almeno 12 ore, durante la quale – secondo i periti – i medici si sarebbero dimostrati “carenti, inefficaci e indifferenti”. La responsabilità del personale sanitario sembrava chiara, e il processo si è avviato su questa base. Ora però, un nuovo rapporto redatto dal medico legale Pablo María Ferrari rischia di cambiare tutto. La perizia, richiesta dalla difesa del neurochirurgo Leopoldo Luque, sostiene che la morte di Maradona sia stata causata da un “evento acuto”, un arresto cardiorespiratorio improvviso e imprevedibile, innescato da un’insufficienza del ventricolo sinistro e da un conseguente edema polmonare acuto. Secondo Ferrari, l’ex fuoriclasse argentino sarebbe morto nel giro di pochi minuti, e non dopo ore di agonia, come sostenuto in precedenza. E non solo: nel referto si ipotizza anche l’intervento di un “fattore esterno”, come l’assunzione di una sostanza in grado di alterare il battito cardiaco, rendendolo rapido e irregolare. Un’allusione non troppo velata all’uso di droga, anche se, al momento, l’ipotesi non trova conferme oggettive. La nuova analisi, però, non ha convinto la procura, che ne ha contestato sia la metodologia, sia la rapidità dell’esecuzione: la relazione è stata redatta in appena 72 ore, includendo anche un fine settimana, e senza il coinvolgimento di un collegio peritale. “È una valutazione carente di logica e non basata sull’analisi completa delle prove raccolte in quasi quattro anni”, ha commentato il viceprocuratore del caso. Ma la sua sola esistenza basta per introdurre nuovi margini di dubbio, fondamentali per la difesa, che ora punta a ridimensionare il livello di responsabilità degli imputati. Tra questi, oltre al neurochirurgo Luque, figurano la psichiatra Agustina Cosachov e altri sei operatori sanitari, per i quali l’accusa aveva ipotizzato pene comprese tra gli 8 e i 25 anni di carcere.

Il caso Maradona non è solo una questione giudiziaria. È un caso nazionale, un racconto collettivo ancora incompiuto. In Argentina – e non solo – Maradona è più di un calciatore: è un simbolo, un mito, un dio caduto e mai del tutto perdonato. Ogni dettaglio che emerge, ogni incertezza sul modo in cui è morto, è anche un’ombra su come è stato trattato il suo corpo, la sua fragilità, il suo ultimo respiro. In gioco non c’è solo la verità processuale, ma anche il diritto – quasi sacro – a una morte degna, a un’ultima difesa di chi in vita ha avuto tutto, ma forse ha avuto troppo poco nei suoi ultimi giorni. La nuova perizia ha riaperto le ferite e complicato il processo. La giustizia dovrà ora scegliere se seguire la pista di una morte improvvisa e imprevedibile, o confermare le colpe di chi avrebbe dovuto salvare – e non ci è riuscito – l’uomo dietro il mito.

Michela Castelluccio