l 20 marzo 1994, a Mogadiscio, Somalia, venivano uccisi la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin. Trent’anni dopo, il caso è ancora un buco nero nella storia della Repubblica Italiana: nessun colpevole, nessun mandante, nessuna verità definitiva. Solo una lunga teoria di piste abbandonate, testimonianze smentite, depistaggi e un dolore che non ha mai trovato giustizia. Per comprendere la cornice dentro cui si muove il delitto Alpi-Hrovatin, bisogna tornare all’inizio degli anni Novanta. La Somalia era sprofondata nel caos dopo il crollo del regime di Siad Barre. Clan rivali combattevano per il controllo del territorio, mentre l’Occidente, con la bandiera delle Nazioni Unite, interveniva militarmente con l’operazione Restore Hope. Gli americani sbarcarono a Mogadiscio nel dicembre 1992, seguiti dagli alleati italiani. Ma la missione si trasformò presto in un pantano, segnato da incomprensioni tra Roma e Washington e da gravi episodi di violenza, compresi presunti abusi da parte dei contingenti stranieri. Nel maggio 1993 il comando passò all’ONU, ma nell’arco di un anno l’intero dispositivo si sgretolò. Il 20 e 21 marzo 1994 anche l’Italia ritirava i suoi uomini. Quel giorno, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vennero assassinati con modalità che ricordano un’esecuzione mafiosa. Alpi, 32 anni, inviata del Tg3, era in Somalia per documentare gli ultimi giorni della missione internazionale. Ma le sue indagini erano andate ben oltre. Aveva scoperto tracce di un sistema opaco: traffico di armi e rifiuti tossici mascherato da cooperazione internazionale. Piste pericolose che la portarono a Bosaso, nord della Somalia, dove intervistò il sultano locale e indagò su una flotta di pescherecci donata dalla cooperazione italiana, la Shifco, sospettata di essere usata per traffici illeciti. Quei giorni di interviste furono densi, febbrili. La giornalista stava per spedire un servizio importante. Telefonò alla redazione, annunciò nuove informazioni. Non immaginava che non avrebbe avuto il tempo di raccontarle.
Il 20 marzo 1994, Ilaria e Miran rientrano a Mogadiscio. Escono dal loro alloggio con la scorta, diretti verso sud, attraversando la linea di demarcazione tra le due parti in conflitto della capitale. Davanti all’hotel Hamana, la loro auto viene affiancata da una Land Rover con targa di Dubai. Sette uomini a bordo. Uno in divisa. È una trappola. Pochi metri, una raffica di Kalashnikov. Hrovatin muore sul colpo. Alpi è gravemente ferita, ma viva. È Giancarlo Marocchino, imprenditore italiano residente in Somalia, a soccorrerli. Tenta di portarli in salvo al porto vecchio, chiede un elicottero. Ma è troppo tardi. I due giornalisti muoiono senza poter raccontare ciò che avevano scoperto. Le indagini si aprono su un terreno minato. Testimonianze contraddittorie, prove sparite, documenti mai restituiti alla famiglia. L’autista del giorno, Ali Abdi, non era il loro solito accompagnatore. Cambia più volte versione. Il corpo di Ilaria viene riportato in Italia, insieme a due taccuini e pochi effetti personali. Le cassette video girate da Hrovatin, però, scompaiono. Nel 1998, viene arrestato un cittadino somalo, Hashi Omar Hassan, accusato in base a testimonianze fragili. Viene condannato all’ergastolo nel 2000, ma nel 2016 è assolto: ha scontato 17 anni da innocente. È morto a Mogadiscio nel 2022, ucciso da una bomba. Cosa sapevano davvero Ilaria e Miran? Secondo numerose inchieste, stavano documentando un sistema in cui navi battenti bandiera italiana avrebbero trasportato rifiuti tossici, forse anche nucleari, dalla penisola fino alle coste somale, interrati nei cantieri di infrastrutture pagate con fondi della cooperazione. In cambio, le autorità somale avrebbero ricevuto armi. Un baratto oscuro, avvolto nel silenzio. Nel taccuino ritrovato nell’ufficio di Ilaria, c’era un riferimento alla strada per Bosaso, costata miliardi e sospettata di essere una discarica nascosta. Già nel 1998 alcuni medici in Somalia iniziarono a segnalare malattie anomale, tumori e deformazioni congenite. Rapporti ONU successivi confermarono l’inquinamento da rifiuti chimici e radioattivi. Nel febbraio 2016, la Procura di Roma apre un’indagine per depistaggio. Due anni dopo, chiede l’archiviazione. La famiglia Alpi si oppone. La madre di Ilaria, Luciana, instancabile nella sua battaglia per la verità, muore nel 2019 senza sapere chi ha ucciso sua figlia. O perché.
Nel 2024, in occasione del trentennale, la premier Giorgia Meloni ricorda Alpi in Aula alla Camera. È un gesto simbolico. Ma la verità resta sepolta sotto decenni di omissioni. Ilaria Alpi è sepolta al Cimitero Flaminio di Roma. Intorno alla sua figura si è costruita una memoria civile importante: scuole, piazze, premi giornalistici portano il suo nome. Ma non basta ricordare. Serve continuare a cercare. Perché Ilaria Alpi non era solo una cronista. Era una donna libera, curiosa, coraggiosa. Che ha pagato con la vita il desiderio di capire. E trent’anni dopo, non sapere ancora il “perché” e il “chi” non è solo un fallimento giudiziario. È una ferita aperta nella nostra democrazia.
Michela Castelluccio


