C’era una volta un ragazzino con una nuvola d’oro, una coda da scimmia e un cuore più grande di una Kamehameha. Lo abbiamo visto crescere, cadere, rialzarsi e salvare l’universo più volte di quante riusciamo a contare. E insieme a lui, siamo cresciuti anche noi. Ora, a lasciarci davvero, è il suo creatore: , il genio dietro Dragon Ball, Dr. Slump, Chrono Trigger e tanto altro ancora. Si è spento lo scorso 1° marzo per un’emorragia subdurale acuta. Aveva 68 anni. Lo ha annunciato in un comunicato lo staff del suo Bird Studio, e il colpo è stato forte come un pugno di Vegeta a piena potenza: il padre spirituale di milioni di bambini degli anni ’80, ’90 e 2000 non c’è più. Ma ci ha lasciato un’eredità che non invecchierà mai: un mondo fatto di arti marziali e risate, di draghi e capsule, di amicizia, coraggio e speranza. Toriyama non era solo un mangaka. Era un sarto di sogni, uno scultore di infanzie. Se siete nati prima del 2005, è praticamente impossibile che non abbiate mai lottato contro Cell nel cortile della scuola, disegnato una sfera del drago sull’angolo di un quaderno o urlato un “Kaaaa-meeee-haaaa-meee…” cercando di far alzare le mani al cielo per la Genkidama. La sua matita ha segnato una generazione, anzi più di una, con personaggi che non sembravano mai finti, ma amici, modelli, fratelli: Son Goku, Vegeta, Bulma, Piccolo, Trunks, Freezer, Arale… E chi non ricorda Arale, la bambina robot con gli occhiali e la forza devastante, protagonista di Dr. Slump, che correva per il Villaggio Pinguino spaccando le leggi della fisica e facendo ridere come pochi altri? Prima ancora che arrivassero i Super Sayan, Toriyama era già leggenda. Toriyama era un artista a tutto tondo. La sua creatività non si fermava alla carta: fu anche un importante character designer per il mondo dei videogiochi, firmando l’estetica di saghe mitiche come Dragon Quest, Chrono Trigger e Blue Dragon. Mondi fantasy che portano il suo inconfondibile tratto: visi larghi, occhi pieni di luce, nasi appuntiti, muscoli scolpiti come montagne. Uno stile unico, che mescolava la delicatezza dei cartoon Disney alla visione futuristica di Astro Boy di Osamu Tezuka, suo grande maestro. Eppure, con quel tratto buffo e potente, Toriyama non disegnava solo corpi: disegnava speranze, faceva esplodere il dinamismo sulle pagine, creava l’illusione del movimento anche nella più statica delle vignette.

Pochi sanno che l’idea originale di Dragon Ball nacque ispirandosi a un’opera del XVI secolo, Il viaggio in Occidente, classico della letteratura cinese. Il protagonista Son Goku non è altro che la rilettura del dio-scimmia Sun Wukong, un essere ribelle e potente, alla ricerca della saggezza. Ma Toriyama lo rese nostro, lo vestì da guerriero, lo fece crescere, morire, rinascere, diventare padre e leggenda. E lo fece sempre con leggerezza, con ironia, senza mai perdere la capacità di stupire. La notizia della sua morte ha lasciato attoniti milioni di fan in tutto il mondo. Il messaggio dello staff di Dragon Ball Official su X è stato semplice e commosso:

“È con grande rammarico che constatiamo che aveva ancora diversi lavori in fase di creazione. Tuttavia, ha lasciato al mondo molti manga e opere d’arte. Speriamo che il suo universo creativo continui ad essere amato per molto tempo ancora.”

La famiglia ha deciso per un funerale privato, nel rispetto del desiderio dell’autore di mantenere la sua vita personale lontana dai riflettori. Niente fiori, né interviste, né commemorazioni pubbliche. Almeno per ora. Ma è difficile immaginare che il mondo possa dire addio a Toriyama senza un saluto collettivo. Se oggi sappiamo che si può diventare più forti dopo ogni caduta, è anche grazie a lui. Se abbiamo imparato che gli amici contano più della forza bruta, che persino il nemico può diventare alleato, che i limiti si superano con allenamento e tenacia… è merito delle sue storie. Toriyama non è morto. Vive nei pomeriggi di chi ancora guarda una replica su Italia 1, nei cosplay dei Comic Con, nei bambini che oggi leggono per la prima volta Dragon Ball senza sapere che è “vecchio”. Vive nei papà che insegnano ai figli a fare la Fusione. Vive nei disegni amatoriali sui quaderni di scuola, nei meme, nei tatuaggi, nei joystick consumati a colpi di Final Flash. Akira Toriyama ci ha insegnato che si può diventare Super Sayan anche nella vita reale. Basta credere. E continuare a combattere.

Addio maestro. Ci rivediamo sulla Nuvola d’Oro.

Michela Castelluccio