Julian Assange è ancora rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, a sud-est di Londra. Da lì, tra le mura grigie che hanno ospitato terroristi e criminali di guerra, attende l’esito dell’udienza che potrebbe segnare il punto di non ritorno della sua storia. Il 20 e 21 febbraio scorsi, l’Alta Corte di Giustizia britannica ha esaminato l’ultima istanza dei suoi legali contro l’estradizione negli Stati Uniti. Se respinta, Assange potrebbe essere trasferito Oltreoceano in qualunque momento, per rispondere di 18 capi d’accusa, 17 dei quali legati all’Espionage Act, e rischiare una condanna fino a 175 anni di carcere.

                         Stella, la moglie di Julian Assange

A lanciare l’allarme, ancora una volta, è Stella Assange, avvocata e compagna di una vita sempre in bilico. “Temo che Julian possa morire in prigione”, ha detto. Non è la prima volta che la sua voce si leva, lucida e disperata, contro un destino che si è fatto via via più inesorabile. Le condizioni di salute del marito, afferma, sono visibilmente peggiorate dal giorno del suo arresto nel 2019. Assange, oggi 53enne, non è più l’hacker dai capelli argento e dallo sguardo beffardo che, nel 2010, sfidava gli Stati Uniti pubblicando documenti segreti sulle guerre in Iraq e Afghanistan. È un uomo consumato dal carcere, dalla pressione diplomatica e dalla macchina giudiziaria di due continenti.

Nato in Australia nel 1971, programmatore e attivista, Assange è la figura simbolo di una rivoluzione digitale, quella che ha scoperchiato i segreti del potere in nome della trasparenza assoluta. Nel 2006 fonda WikiLeaks, la piattaforma pensata per proteggere le fonti e pubblicare documenti riservati. Ma è nel 2010 che esplode il caso: WikiLeaks rende pubblici centinaia di migliaia di file riservati del Pentagono, ottenuti grazie alla soffiata dell’analista dell’intelligence americana Chelsea Manning. Si tratta di cablogrammi, video e report militari, tra cui il famoso Collateral Murder, che mostra un attacco aereo statunitense in cui vennero uccisi civili e due giornalisti della Reuters. In pochi mesi, Assange passa da eroe della trasparenza a nemico pubblico numero uno per l’intelligence americana. Mentre l’eco delle rivelazioni si diffonde in tutto il mondo, in Svezia scoppia un’altra vicenda: due donne lo accusano di violenza sessuale. Assange nega ogni addebito e grida al complotto, convinto che l’inchiesta sia un espediente per consegnarlo agli Stati Uniti. Viene arrestato a Londra nel dicembre 2010, poi rilasciato su cauzione. Due anni dopo, per sfuggire all’estradizione in Svezia, si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador, che gli concede asilo politico per sette lunghi anni. Un’esistenza da recluso volontario, fatta di telecamere, isolamento e tensioni crescenti. Nel 2019, l’asilo viene revocato. L’ambasciata lo espelle. La polizia britannica entra, lo arresta e lo trasferisce a Belmarsh. Da quel momento, Assange è un prigioniero dello stato britannico, ma la battaglia è ormai tutta politica. Negli anni successivi, si alternano sentenze, ricorsi e colpi di scena. A gennaio 2021, un giudice britannico blocca l’estradizione, motivando la decisione con il rischio concreto che Assange si suicidi in una prigione americana. Ma la vittoria dura poco: a dicembre dello stesso anno, l’Alta Corte ribalta la decisione, dopo che Washington promette garanzie umanitarie. Ad aprile 2022, il tribunale dei magistrati di Londra firma l’ordine di estradizione. Nel frattempo, l’unico ostacolo rimasto è proprio l’udienza di febbraio 2024. Se il ricorso verrà respinto, la Corte europea dei diritti dell’uomo sarà l’ultima ancora di salvezza. Ma non è detto che il Regno Unito attenda il verdetto di Strasburgo prima di far salire Assange su un aereo per Washington. Ma il processo a Julian Assange è qualcosa di più di una semplice questione giudiziaria. È un cruciale campo di battaglia per la libertà di stampa nel XXI secolo. Numerosi organismi internazionali, tra cui Amnesty International e Reporter Sans Frontières, hanno denunciato come la sua estradizione rappresenti un pericoloso precedente contro il giornalismo investigativo. Per la prima volta, un giornalista potrebbe essere condannato per aver pubblicato documenti veri che rivelano crimini di guerra e abusi del potere militare. Come ha scritto il “New York Times”, uno dei giornali che pubblicò quei file insieme a WikiLeaks: “Perseguire Assange con l’Espionage Act significa criminalizzare il giornalismo”. La domanda, oggi, non è solo cosa accadrà a lui. Ma cosa accadrà a chi, domani, deciderà di sfidare i governi con la verità. Assange divide, da sempre. Per alcuni è un martire della trasparenza, un nuovo Prometeo che ha rubato il fuoco dei segreti di Stato per darlo ai cittadini. Per altri è un narcisista digitale, un agitatore irresponsabile che ha messo a rischio vite umane. La verità, come spesso accade, si annida tra le pieghe della storia. Ma una cosa è certa: nessuno, come lui, ha incarnato il volto ambiguo e feroce del nostro rapporto con l’informazione nell’era post-11 settembre.

Il tempo stringe. Julian Assange resta chiuso a Belmarsh, dove il suo corpo si piega sotto il peso degli anni e della reclusione. Fuori, la sua voce è portata avanti da Stella, dai suoi figli, dai difensori dei diritti umani. Ma l’aria è densa di un presagio oscuro. Se davvero il volo verso gli Stati Uniti dovesse decollare, non sarà solo un uomo a varcare quell’oceano. A bordo ci saranno anche le domande più scomode della nostra epoca.

Chi ha diritto di raccontare la verità? E a che prezzo?

Michela Castelluccio