L’ex magistrato scende simbolicamente in campo con i trattori degli agricoltori: “L’Europa non ci ascolta, la politica non basta più”.
Montenero di Bisaccia (CB) – Un tempo combatteva la corruzione nelle aule di giustizia, oggi affronta i cinghiali tra gli ulivi. Antonio Di Pietro, ex magistrato simbolo di Mani Pulite ed ex ministro delle Infrastrutture, è tornato alla terra. Ma non è una fuga romantica né una pensione bucolica: è un ritorno alle radici che ha il sapore amaro della denuncia. “L’amore per la terra è ancora forte – racconta – ma il problema è che non dà più da vivere a nessuno”. Oggi Di Pietro guarda il paese da una prospettiva diversa: non più da un banco del Parlamento, ma dal trattore. “La protesta degli agricoltori? Io la sostengo, eccome. Crescerà, si fidi”. E lo dice non da politico in cerca di visibilità, ma da uomo che la zappa la tiene in mano sul serio. La sua vigna, due ettari sulle colline molisane, lo scorso autunno non ha dato nemmeno un grappolo d’uva. “Sono andato a comprare il vino alla cantina. Ma chi deve viverci con quello?”. Il suo racconto è un affresco drammatico e sincero della condizione in cui versa l’agricoltura italiana: aziende piccole, spesso familiari, che lottano contro tutto – dalla burocrazia ai cambiamenti climatici – e che si sentono abbandonate. “La realtà è fatta di famiglie che devono campare con 15-20 ettari. Impossibile. Io sono fortunato, non devo viverci, ma i miei colleghi qui sono disperati”. Le difficoltà, dice Di Pietro, sono ovunque. “I macchinari costano troppo, la manodopera non si trova. Fatico a farmi potare gli ulivi e le viti. E poi ci sono i cinghiali, che devastano tutto. Nel Centro-Sud manca l’irrigazione: guardiamo il cielo sperando che piova. Siamo ridotti così”. E se non è lo Stato a intervenire, allora dovrebbe farlo l’Europa. Ma è proprio lì che, secondo l’ex magistrato, si nasconde la radice del problema: un’Unione europea che impone regole uguali per contesti profondamente diversi, ignorando la geografia, la storia e le dimensioni delle aziende agricole. “Fanno finta che le colline molisane siano la pianura tedesca. Che si possa produrre tutto, allo stesso modo e con gli stessi costi. Ma così non ti lasciano lavorare”. Una denuncia che ha il sapore amaro della lucidità e della concretezza, senza populismi né slogan. Di Pietro non punta il dito contro le multinazionali – “fanno i loro interessi” – né contro il governo Meloni – “cosa vuole che faccia?” – ma individua con precisione il nodo strutturale: la disconnessione tra chi legifera e chi la terra la vive davvero.
“Siamo costretti a ruotare le coltivazioni. Ma chi ha solo 15 ettari, cosa ruota? E se hai i cinghiali che ti distruggono tutto, cosa produci? E vogliamo parlare della burocrazia? È una giungla”.
Nonostante tutto, Di Pietro non rimpiange il passato. “Sono orgoglioso di ciò che ho fatto, da magistrato e da politico. Ma è importante rendersi conto del tempo che passa e di quello che resta. Rincorrere il potere fino alla fine dei giorni non fa per me”. Oggi la sua battaglia ha un volto diverso, ma lo spirito è lo stesso. Ha smesso i panni del combattente istituzionale, ma non ha mai davvero smesso di lottare. “Lo sto già facendo a modo mio, idealmente e mettendomi a disposizione. Da qui passano in tanti. La porta è sempre aperta”. È un’Italia rurale, dimenticata, che chiede ascolto. E che, tra un filare e un solco, trova ancora qualcuno disposto a darle voce.
Michela Castelluccio


