La macchina si rimette in moto: il decreto è in arrivo, le università sono pronte. Due strade per diventare insegnanti: per chi parte da zero e per chi è già in aula da tempo. 

Dopo anni di attese, riforme annunciate e mai attuate, spiragli di cambiamento si aprono per il mondo della scuola italiana. Il decreto ministeriale che darà il via ai nuovi percorsi abilitanti per i docenti è ormai imminente. La macchina istituzionale è in movimento: il Ministero dell’Istruzione e del Merito, insieme a quello dell’Università e della Ricerca, sta lavorando alla definizione delle norme attuative, mentre l’ANVUR – l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario – completerà entro il 30 gennaio la sua parte, chiudendo il cerchio su un processo atteso da anni. La notizia è rimbalzata sui social grazie a Mario Pittoni, responsabile scuola della Lega, che con un post su Facebook ha confermato: ci siamo quasi. Dietro quella frase asciutta si cela una delle operazioni più complesse e importanti degli ultimi anni nel panorama scolastico italiano: un piano di formazione e abilitazione strutturato, ordinato e stabile, capace di offrire risposte sia a chi si affaccia per la prima volta alla professione sia a chi, da anni, lavora nella scuola in condizioni di precarietà cronica.

Il cuore della riforma sta nella diversificazione dei percorsi. Da un lato ci sono i corsi da 60 CFU, rivolti a chi parte da zero: laureati magistrali o laureandi con almeno 180 crediti, che potranno intraprendere un cammino completo di formazione pedagogica, metodologica e didattica, con una prova finale che comprenderà anche una lezione simulata. Dall’altro, i corsi da 30 CFU, dedicati ai docenti già in servizio, spesso da anni, senza però aver avuto accesso a una reale stabilizzazione. È soprattutto su questi ultimi che si concentra l’interesse di migliaia di precari e vincitori del concorso straordinario bis, che vedono finalmente un canale concreto per ottenere l’abilitazione all’insegnamento, con circa 100mila posti che verranno attivati nei prossimi due anni nella scuola secondaria. Le università hanno risposto in massa: sono 1.510 le proposte di corsi approvate dal Ministero, di cui 1.157 presentate dagli atenei e 353 provenienti dall’alta formazione artistica e musicale. La distribuzione dei percorsi è sorprendentemente omogenea su scala nazionale, con un terzo dei corsi in ciascuna delle macro-aree Nord, Centro e Sud. Il Lazio guida la classifica per numero di proposte, seguito da Sicilia, Lombardia, Veneto e Campania, a dimostrazione che il sistema accademico è pronto a fare la propria parte.

L’ambizione non è solo quella di formare nuovi insegnanti, ma di riformare alla radice il sistema di accesso alla docenza, dopo anni in cui si è fatto ricorso a soluzioni tampone, concorsi straordinari, graduatorie sature e percorsi una tantum. I nuovi corsi non sono una sanatoria, né l’ennesimo correttivo emergenziale: sono il primo tassello di un impianto duraturo, pensato per costruire una filiera di formazione solida, trasparente e meritocratica. Una trasformazione che riguarda non solo chi entrerà domani in classe, ma anche l’idea stessa di scuola come istituzione capace di selezionare, preparare e valorizzare i propri docenti. Resta ora da verificare la tenuta del sistema. I tempi sono stretti, le aspettative alte. Le università dovranno organizzarsi per partire già nel secondo semestre dell’anno accademico 2023/24, garantendo percorsi efficaci e accessibili, evitando che la burocrazia vanifichi le promesse. Sullo sfondo, la questione ancora aperta di come questi percorsi si integreranno con il prossimo concorso ordinario, che dovrà necessariamente tenere conto dei nuovi titoli abilitanti. Quel che è certo, per ora, è che si volta pagina. Dopo anni di parole, la scuola italiana inizia a scriverne di nuove. E stavolta, nero su bianco.

Michela Castelluccio