Rodolfo Vittori è uno psicologo clinico, che svolge la sua professione all’interno dei suoi studi, a Romans d’Isonzo e Udine. È specializzato in gestione dello stress, ansia, attacchi di panico. Si occupa di problemi di coppia, difficoltà relazionali, e crescita personale.
Laureato in Psicologia Clinica, in Relazioni Pubbliche e Comunicazione, ha conseguito un master in Nutrizione Clinica, che ha ampliato le sue conoscenze e competenze, riguardanti le problematiche relative all’alimentazione. È stato docente di marketing presso l’Università degli Studi di Udine. Inoltre, è esperto in mental coaching e mindfulness, ed è istruttore nazionale di alpinismo e triathlon: applica le sue conoscenze sportive per migliorare la gestione dello stress, l’autostima e le abitudini.
Ritiene che le relazioni interpersonali siano di vitale importanza: si impegna, con grande passione, per aiutare le persone a raggiungere, nella propria vita, i propri obiettivi, e la ‘felicità’.

Qual è la sensazione più significativa, che prova quando si dedica al benessere dei suoi pazienti?

Sono molto felice di dare il mio aiuto alle persone che si rivolgono a me: mi occupo del loro benessere psicofisico da qualche anno, in precedenza ho lavorato nell’ambito aziendale. Subito dopo la pandemia, ho pensato di dedicarmi alla parte clinica. La mia soddisfazione, relativa a questa scelta, è grande: il mio rapporto con la persona è diretto, quello con le aziende era ‘mediato’. La sensazione che provo, nel dedicarmi ai miei pazienti, è talmente bella, e profonda, da non poter essere spiegata con le parole.

Si parla tanto di disturbi d’ansia: cosa sono?
L’ansia è un’emozione, si forma in una zona del cervello molto progredita, al contrario delle sei emozioni primarie: paura, rabbia, gioia, tristezza, sorpresa, disgusto. Provare ansia significa ricevere un segnale importante, di ‘pericolo’, che avverte che qualcosa, nella propria vita, non sta ‘funzionando’. Il nostro cervello è identico a quello dell’homo sapiens di trecentomila anni fa, che non differisce affatto da altri cervelli di epoche passate. Parliamo, dunque, di cervelli che si sono strutturati quando l’uomo era nomade, cacciatore: i suoi bisogni erano mangiare, bere, dormire, procreare. I problemi principali erano dati dall’ambiente, oppure dall’incontro con qualche animale feroce. Questo ha creato la ‘risposta da stress’. Negli ultimi diecimila anni, la vita è cambiata totalmente, con l’inizio dell’agricoltura, negli ultimi seimila anni con la storia, e, in modo particolare, per gli occidentali, con la seconda rivoluzione industriale, a cavallo tra l’ottocento e il novecento, periodo in cui abbiamo inventato l’orologio con sveglia. La nostra vita, oggi, è scandita continuamente dagli orologi: non si vive secondo la natura, così come il nostro cervello è stato creato per poter vivere. I problemi attuali, come l’incontro con il direttore di banca per il mutuo; il pagamento delle bollette; il capoufficio che esorta a consegnare un lavoro; una moglie o un marito che chiedono di acquistare il vestito nuovo al proprio figlio, sono tutti problemi che un preistorico non aveva. Abbiamo, dunque, un cervello costruito milioni di anni fa, che conserva lo stesso ‘adattamento’, che diviene, però, per noi, un problema. Il disturbo d’ansia si riferisce soprattutto a chi ha un disagio continuo, ed elevato, a tal punto da pregiudicare il proprio benessere, causando disturbi psicosomatici. Ritengo che sia importante trovare la causa del disturbo d’ansia- che non è affatto una malattia- in chi ne soffre, indagando sulle proprie paure, cercando di abbassare i livelli di stress, e, soprattutto rivedere le abitudini della propria vita, qualora risultassero lesive, per modificarne alcune. Il tutto mirato al raggiungimento del benessere.

Lei è esperto di mindfulness, una pratica meditativa. Quanto è importante conoscerla, e praticarla, per chi soffre di disturbi d’ansia e di panico?

È una pratica importantissima per chi soffre di questi disturbi, e induce a focalizzarsi nel “qui e ora”.
Il passato non esiste più, e, per quanto possa aver provocato dolore, ha il compito di alimentare le consapevolezze costruttive, nate dall’esperienza vissuta. Il futuro non esiste ancora, ed è inutile pensare troppo a ciò che potrebbe accadere.
La mindfulness focalizza l’attenzione sul momento presente, coltivando un atteggiamento non giudicante.

La vita ha un obiettivo ed è quello della ricerca della felicità, che si ottiene stando bene con sé stessi, prima di tutto, e poi con gli altri”. Questa una sua dichiarazione. Qual è la sua idea di felicità?

La felicità, per me, significa essere soddisfatti della propria vita. Dico spesso che, ognuno di noi, relativamente alla felicità, deve ‘rispondere’ a due persone della propria vita, che non sono i genitori, non è il coniuge, non sono i figli, ma il “tu” di quando abbiamo avuto otto anni, e il “te stesso” di quando avremo ottantacinque anni.
Il bambino di otto anni ha, dentro di sé, sogni autentici, vivi, non ‘speculativi’, e l’uomo di ottantacinque anni guarda indietro, nella sua vita, senza mentire su quel vissuto. Una frase che ripeto spesso, inoltre, è quella che ha detto, in una intervista, la mamma di John Kennedy- 35° presidente deli Stati Uniti, ucciso a Dallas- che ha avuto varie disgrazie nella sua vita, che è la seguente: “Io ho avuto una vita felice”. Gli intervistatori, conoscendo le vicissitudini della donna, le hanno chiesto spiegazioni. Essa ha risposto di voler focalizzarsi, con forza, sulla bellezza che ha incrociato il suo cammino, e non sul dolore.

Spesso, si cade nell’errore di identificarsi con le proprie emozioni. È possibile, secondo lei, aumentare progressivamente la consapevolezza di sé stessi?

Io dico sempre che l’essere umano è come una pentola a pressione sul fuoco, colma di emozioni dentro. Se di tanto in tanto, non viene aperta, per far uscire quel contenuto, salterà in aria. Freud diceva che le emozioni inespresse non scompaiono, ma sono pronte ad uscire, nel peggiore dei modi.
Prendo in esempio la rabbia e la paura: sono emozioni importanti da ascoltare, da conoscere. Bisogna accoglierle, e non reprimerle, senza identificarsi con esse, né con i pensieri che invia la mente, soprattutto quando sono finti.

In questo periodo storico caratterizzato da guerre, e varie notizie drammatiche, molti tendono a ‘chiudersi’ nel pessimismo, nella rassegnazione, eppure la ‘bellezza’ è dietro l’angolo. In qualità di psicologo, cosa suggerisce per ritrovare la capacità di ammirare un tramonto?

Ricongiungersi con la natura, con la semplicità, è una prerogativa molto importante. Tutto ciò che non ha un costo, tutto ciò che non è materialistico, è qualcosa di straordinario, crea benessere, pace. Suggerisco di vivere nel momento presente, nel ‘qui e ora’, e di non focalizzarsi sulle cose impossibili da controllare, per riuscire a cogliere il ‘bello’, la meraviglia, in tutto ciò che ci circonda.

L’empatia: può far male, e causare dolore fisico, ‘contagio emotivo’. È possibile dosarla?

L’empatia è una caratteristica positiva, sentire il dolore altrui è meraviglioso, ma questo non significa ‘caricarsi’ del peso altrui. È giusto impegnarsi, quindi, per comprenderlo, il malessere altrui, avendo, al contempo, un atteggiamento positivo, per instaurare con l’altro una relazione costruttiva.

Il suo concetto di libertà?

‘Libertà’, per me, è la capacità di avere la consapevolezza che l’esistenza è unica, di vivere la vita come si vuole, assecondando la propria ‘direzione’, i propri bisogni, le proprie passioni, rispettando sempre gli altri.