“I grandi attori non muoiono mai davvero. Continuano a parlare, a piangere, a ridere… nei fotogrammi che hanno lasciato al mondo.”
Il cinema ha perso una delle sue voci più profonde e toccanti: l’attore britannico Tom Wilkinson è scomparso improvvisamente all’età di 75 anni. La sua morte, avvenuta nella quiete della sua casa, circondato dall’affetto della moglie e della famiglia, è stata confermata in una nota sobria e intensa: “È con grande tristezza che la famiglia di Tom Wilkinson annuncia che è morto improvvisamente a casa il 30 dicembre. Sua moglie e la sua famiglia erano con lui”. Un addio discreto, come era lui. Wilkinson non era un attore che cercava i riflettori, ma erano i riflettori a cercare lui. Ogni suo ruolo lasciava il segno, scavando nella psicologia dei personaggi con la delicatezza di chi conosce la sofferenza e la nobiltà dell’animo umano.
“Essere un attore non significa fingersi qualcun altro. Significa scavare dentro se stessi e trovare quella parte di verità che ci rende tutti uguali” – e Tom questo lo sapeva bene. La sua carriera conta oltre 130 apparizioni tra cinema e televisione. Due nomination all’Oscar e sei ai BAFTA, ma ciò che più resta di lui è la potenza silenziosa delle sue interpretazioni. In The Full Monty (1997), commedia cult dove un gruppo di disoccupati trova redenzione attraverso lo strip-tease, Wilkinson portava un’umanità struggente, tra il comico e il tragico, che ricordava molto quella di Charlie Chaplin: “La vita è meravigliosa se non se ne ha paura”. Nel capolavoro romantico Shakespeare in Love (1998), vincitore di 7 Oscar, ha donato credibilità e peso a un universo di passioni e teatro, mentre in The Best Exotic Marigold Hotel (2011) ha raccontato la malinconia e la speranza della vecchiaia con un’eleganza rara. Una delle frasi simbolo del film sembra scritta per lui: “Alla fine andrà tutto bene. Se non va bene, non è la fine.”
Nel drammatico In the Bedroom (2001) di Todd Field, interpretò un padre spezzato dalla perdita del figlio, conquistando la sua prima nomination all’Oscar. Un’interpretazione intensa, fatta di sguardi e silenzi, che sembrava uscita da un film di Ingmar Bergman. La seconda nomination arrivò per Michael Clayton (2007), al fianco di George Clooney, dove interpretava un avvocato tormentato, perso nel grigio di un mondo corrotto. La sua battuta – “I am Shiva, the god of death” – è diventata simbolo di una coscienza che esplode tra le crepe della legalità.
Nato a Leeds nel 1948, Tom Wilkinson trascorse parte dell’infanzia in Canada prima di trasferirsi in Cornovaglia. A 18 anni, come in una scena da Billy Elliot, scoprì per caso la sua vocazione teatrale, dirigendo uno spettacolo scolastico. Da lì, la formazione alla prestigiosa Royal Academy of Dramatic Art (RADA) e un lungo percorso tra teatro, TV e cinema, culminato nel ruolo del parlamentare nella miniserie First Among Equals (1986), tratto dal romanzo di Jeffrey Archer. Accanto a lui, nella vita come sul set, c’era la moglie Diana Hardcastle, con cui ha condiviso non solo la quotidianità ma anche il lavoro. Insieme hanno interpretato marito e moglie in The Kennedys (2011) e in Good People (2014). La loro è stata una vera storia d’amore da film, fatta di rispetto, complicità e arte condivisa. Insieme hanno avuto due figlie: Alice e Molly. Wilkinson non ha mai smesso di essere un attore “del popolo” e per il popolo. Non cercava il glamour di Hollywood, anche se Hollywood lo rispettava. Era l’anima dei suoi personaggi, sempre misurato, sempre credibile. Come disse una volta Al Pacino: “Ci sono attori che interpretano. E poi ci sono attori che vivono i ruoli. E questi ultimi sono pochi.” Tom era uno di loro. L’enciclopedia del cinema britannico lo descrive come “un interprete capace di trasmettere il dolore interiore dei propri personaggi come pochi altri prima”. Era uno di quegli attori che non avevano bisogno di effetti speciali per lasciare il segno: bastava un suo sguardo per riempire la scena.
E allora, in questa scena finale che la vita gli ha scritto, ci piace pensarlo come in una delle frasi più belle della storia del cinema:
“La morte non è la fine. Ci sono altri mondi oltre questo.” (Interstellar)
Tom Wilkinson ci ha lasciati, ma il suo talento, la sua voce, il suo sguardo resteranno immortali nei film che ha regalato al mondo. Un addio che suona più come un arrivederci, tra le luci di un set che non si spegnerà mai.
Michela Castelluccio


