Il 29 novembre 2023, all’età di cento anni, si è spento Henry Kissinger, l’uomo che per decenni incarnò il potere discreto ma decisivo della diplomazia americana. Tra le sue innumerevoli apparizioni pubbliche, ce n’è una che ancora oggi brucia nella memoria collettiva: l’intervista concessa nel 1972 alla giornalista Oriana Fallaci, un incontro-scontro che lasciò un segno indelebile su entrambi. Kissinger fu una delle figure più emblematiche e controverse del XX secolo: consigliere per la Sicurezza nazionale, Segretario di Stato sotto Nixon e Ford, Nobel per la Pace nel 1973 per il cessate il fuoco in Vietnam (premio da molti contestato). Uomo di potere, stratega silenzioso, architetto della Realpolitik. Eppure, nonostante i suoi successi geopolitici, fu un’intervista a tormentarlo a lungo, tanto da definirla, senza mezzi termini, “la cosa più stupida della mia vita”. A firmarla fu Oriana Fallaci, una delle voci più taglienti e temute del giornalismo italiano. In quegli anni, Fallaci era nel pieno della sua parabola professionale: intervistava i grandi della Terra con un misto di sfida, lucidità e talento letterario. Con Kissinger, però, fu diverso. L’incontro, come raccontato nel celebre volume Intervista con la storia, fu freddo, disturbato, difficile. E rivelatore.

“Dio che pena!”, scrisse Fallaci. “Ogni dieci minuti lo squillo del telefono ci interrompeva: era Nixon, petulante, fastidioso come un bambino che non sa stare lontano dalla mamma”.

Il racconto ha i toni di una sceneggiatura teatrale: Nixon che irrompe nel dialogo come un personaggio invisibile ma onnipresente, Kissinger che si alza ossequioso per rispondere, la giornalista che attende, prende appunti, cerca di decifrare il personaggio davanti a sé. Un personaggio che definì “un uomo di ghiaccio”, con “un’espressione senza espressione” e una voce “monotona, triste, sempre uguale”.

Fallaci fu impietosa, ma mai banale. Il suo giudizio non era figlio di un pregiudizio, ma di un’osservazione spietata, come nella tradizione dei grandi narratori del reale. La sua penna si muoveva tra giornalismo e letteratura, in un equilibrio instabile ma affascinante, capace di evocare più Hemingway che un semplice cronista. Kissinger, da parte sua, non gradì affatto. L’intervista, pubblicata su L’Europeo e poi raccolta in volume, suscitò scalpore anche negli Stati Uniti. Soprattutto per una dichiarazione: quella in cui Kissinger, con tono analitico e quasi compiaciuto, si paragonava a un cowboy solitario.

“Il punto principale nasce dal fatto che io abbia sempre agito da solo. Agli americani ciò piace immensamente. Agli americani piace il cowboy che guida la carovana da solo, che entra nel villaggio senza neanche una rivoltella. Lui non spara: lui agisce”.

Una frase che forse voleva essere un’analisi del mito americano, ma che si trasformò in un autogol comunicativo. Nixon, raccontò Fallaci, si infuriò. I critici lo accusarono di narcisismo, gli avversari politici di sprezzo per la democrazia partecipata. Ma fu il giudizio di Fallaci a colpire più a fondo. Non solo per il contenuto, ma per la forma: quella capacità di ridurre il potere a dimensione umana, di svelarne la nudità, come fece Antigone davanti alla legge o come Kafka davanti al castello. A distanza di anni, Kissinger confidò che ricevere Oriana Fallaci era stato un errore. La accusò di aver distorto le sue parole, di aver manipolato il senso dell’intervista. Ma Fallaci, senza mai indietreggiare, rispedì le accuse al mittente. Per lei, l’intervista fu semplicemente “la più scomoda, forse, che abbia mai fatto”. E forse, proprio per questo, tra le più memorabili.

La morte di Henry Kissinger riapre inevitabilmente il cassetto della memoria. Non solo quella storica, fatta di dossier, accordi, guerre fredde e calcolate. Ma anche quella culturale e simbolica, in cui un uomo del potere assoluto fu costretto a misurarsi con lo sguardo inflessibile di una donna che non si accontentava di domande e risposte. Quel dialogo del 1972 resta, a distanza di oltre cinquant’anni, un documento straordinario. Non solo per ciò che rivela su Kissinger, ma per ciò che racconta del rapporto tra potere e parola. Tra chi decide e chi racconta. Tra chi agisce e chi chiede conto. E in fondo, come in ogni grande pagina della Storia, i protagonisti si fanno simboli. Lui, il diplomatico impenetrabile, come un personaggio di Conrad, che affronta il cuore di tenebra del mondo. Lei, la cronista implacabile, come un moderno Virgilio che guida il lettore nell’inferno del potere.

Un incontro irripetibile. Un duello senza spari. Ma con ferite vere, da entrambi i lati.

I brani sono tratti da ‘Intervista con la Storia’ di Oriana Fallaci, volume che raccoglie alcune tra le più celebri interviste della giornalista e scrittrice.

Michela Castelluccio