Originaria di Rionero in Vulture, e genovese di adozione, Gianna Bochicchio Schelotto è una saggista, giornalista, politica e psicoterapeuta, specializzata nella terapia di coppia e in psicosomatica.
Ha pubblicato svariati libri, collaborato con quotidiani e riviste, tra cui il Corriere della sera e Donna Moderna, e ha partecipato a varie trasmissioni televisive e radiofoniche, dedicate a temi legati alla sua attività di terapeuta.

Il tema della salute mentale, negli ultimi tempi, è sempre più dibattuto. Molte celebrità si stanno esponendo. Ritiene che questo sia utile per sensibilizzare all’attenzione verso la psicologia dell’essere umano?

Il numero di persone che si espone per ‘educare’ gli altri, aumenta, ogni giorno, a dismisura: alcune volte si tratta di affermazioni sagge. Altre volte si tratta di espressioni di tipo narcisistico.
I social, di certo, hanno aumentato la disposizione delle persone a mettersi ‘in prima fila’, ad assumersi compiti che nessuno ha assegnato loro. Accadono fatti drammatici, rispetto ai quali, un tempo, interveniva la scienza, la psicologia, la medicina. Oggi, le tecnologie digitali, fanno in modo che intervengano tutti, e non è costruttivo. Ritengo che tutto questo vada ridimensionato.

Lei è stata autrice di un testo per il teatro, intitolato “La foresta d’argento”, messo in scena nel Piccolo Teatro di Milano, che ha riscosso un gran successo. Quali sono i ricordi più belli di questo progetto?

Questo progetto è stato voluto da Leonilde Iotti, presentato alla Camera dei deputati. L’opera, mia e di Paola Pitagora, è stata messa al centro del potere legislativo: si è trattato di un grande passo, considerando il fatto che il cinema, la poesia, il teatro sono sempre stati separati dalla politica. È stata un’esperienza importantissima, per la prima volta vi è stata la disponibilità ad allargare gli orizzonti, a dare spazio creativo alle menti.

Molti giovani, oggi, si ritirano socialmente, a causa dello svago, spesso malsano, causato dai social network. In che modo è possibile esortarli al ritorno dell’umanità?

Ritengo che sia possibile tornare all’umanità. Sembra che, tramite i social network, il mondo si sia aperto ai rapporti di socievolezza, di empatia, di partecipazione, ma non è affatto così.
In realtà, le tecnologie digitali sono un modo per isolarsi.
Un tempo, si socializzava attraverso i giochi nei cortili, nelle piazze, era meraviglioso.
L’uso smodato delle tecnologie digitali allarma, e non poco: spesso diviene un modo facile per giudicare gli altri, senza alcun tentennamento, e questo provoca ostilità.
Affinché tutto questo cambi, è necessario che i giovani trovino, nel mondo in cui vivono, a livello politico, artistico, scolastico, spunti e stimoli diversi, comportamenti utili a ‘rompere’ il muro di silenzio che si crea attorno a loro attraverso gli smartphone.

Il tema del femminicidio: la recente storia di Giulia Cecchettin ha sconvolto le coscienze, e portato alla luce ancora una volta questo spaventoso fenomeno. Quali sono i passi da mettere in atto per porre fine, una volta per tutte, a tutto questo?

La famiglia di Giulia Cecchettin ha ‘chiuso’ dentro di sé il proprio dolore, e si è attivata per fare in modo che si possano evitare situazioni simili, in futuro, ad altre donne: questo ha un grande significato. La sorella della vittima ha esternato il suo bisogno di cambiamento, lo ha trasmesso a tutti i suoi coetanei. Abbiamo visto ragazzi, uomini e donne, nelle università, gridare ‘basta’, con le lacrime agli occhi. Se saremo capaci, tutti, di non lasciar disperdere questa energia, che si è sviluppata in seguito a questa vicenda, è possibile che possa cominciare un tentativo di cambiamento.

Lei è originaria di Rionero in Vulture: quale rapporto mantiene con la sua terra, e come la definisce?

È la terra della mia adolescenza, del sogno, delle ore felici, della spensieratezza, degli affetti indelebili. Porto nel mio cuore solo le cose positive della mia città.

Il suo concetto di felicità?

Più che felicità, io provo serenità quando penso a Rionero, alle sue persone, ai luoghi in cui mi sentivo al sicuro.

Carmen Piccirillo