La furia del maltempo colpisce la Basilicata e la Puglia. Strade trasformate in torrenti, turisti in fuga, i Sassi invasi dall’acqua. La città dei poeti si ritrova vittima della sua stessa pendenza.
Di solito a Matera l’acqua è un bene prezioso, celebrato da secoli di ingegnosità idraulica. Ma quando la pioggia arriva con la violenza di un colpo d’ascia, anche i capolavori del passato si piegano alla furia del presente. Così è accaduto il 2 giugno, Festa della Repubblica, in quella che doveva essere una giornata di sole e bandiere. Invece, il cielo si è fatto nero e ha cominciato a versare tonnellate d’acqua sulla città dei Sassi, trasformando strade e vicoli in rapide impazzite. Una vera bomba d’acqua, l’ennesima che negli ultimi mesi ha colpito l’Italia con una geografia della catastrofe che si muove come un’ombra mutevole: prima l’Emilia-Romagna, poi la Sardegna, ora la Basilicata e la Puglia. E mentre Taranto faceva i conti con allagamenti e crolli, Matera si ritrovava in trappola, i suoi cittadini prigionieri di una topografia che da millenni aveva reso la città affascinante — e ora anche vulnerabile. I video che hanno fatto il giro dei social parlano chiaro. Gente trascinata via dall’acqua, ombrelloni e tavolini galleggianti, auto bloccate, passanti sorpresi dalla corrente. Matera è apparsa per qualche ora come un’antica Pompei liquida: splendida, ma assediata. Non solo il centro storico, ma anche le periferie sono finite sott’acqua. Le vie in pendenza, cifra urbanistica della città lucana, si sono trasformate in autentici scivoli d’acqua. L’acqua ha invaso locali, botteghe, case, creando un paesaggio apocalittico che contrasta con l’immagine poetica che normalmente si associa alla capitale europea della cultura 2019.
Particolarmente colpita la zona dei Sassi, quei rioni scavati nel tufo che da millenni raccontano la storia dell’adattamento dell’uomo al paesaggio. Ma anche l’ingegno antico ha i suoi limiti quando la modernità collassa e la gestione del rischio idrogeologico resta inadeguata. I disagi sono stati pesanti anche per i tantissimi visitatori che avevano approfittato del ponte del 2 giugno per esplorare la città. La pioggia ha rovinato escursioni, cancellato tour, travolto l’atmosfera festosa. “Sembrava di essere in un fiume in piena”, racconta un turista francese, “abbiamo dovuto rifugiarci dentro una chiesa, con l’acqua che entrava anche lì”. Intanto, la Protezione Civile ha lanciato un’allerta alla cittadinanza, invitando a restare in casa. “Attenzione: a causa delle avverse condizioni meteo si invita la cittadinanza a non uscire di casa. Si stanno chiudendo vari tratti di strada. In circolazione ci sono i mezzi della protezione civile e dei vigili del fuoco”, recita il comunicato diffuso nella tarda mattinata di venerdì.
Le precipitazioni si sono attenuate solo il giorno successivo, ma non si è mai placato del tutto il senso di vulnerabilità che ha pervaso l’intera città. Le previsioni per domenica 4 giugno parlano ancora di “precipitazioni sparse”, e cresce la preoccupazione per eventuali nuove ondate. Mentre si continua a monitorare la situazione, cominciano le prime stime dei danni. In Basilicata, come in Sardegna e in Puglia, l’alluvione ha lasciato il segno: colture distrutte, infrastrutture danneggiate, interi quartieri da ripulire. A Taranto, il nubifragio ha causato addirittura il crollo del controsoffitto in una scuola e l’acqua ha raggiunto in alcune strade l’altezza delle ginocchia. Scene simili a quelle già viste nelle settimane precedenti in Emilia-Romagna, dove alcuni comuni — come ha raccontato il sindaco di Cesena, Enzo Lattuca — sono ancora oggi isolati. Le immagini provenienti da Matera sembrano ormai parte di un repertorio consolidato: quello di un’Italia in balia di un clima sempre più estremo, imprevedibile, impetuoso. Il nubifragio del 2 giugno è l’ultimo segnale — non il primo e certamente non l’ultimo — di una trasformazione climatica che non può più essere ignorata. E così, la città millenaria che ha imparato a vivere con la roccia, oggi deve imparare a convivere con l’acqua. Ma non quella che disseta o riflette la bellezza delle pietre antiche. Quella che invade, che rompe, che travolge. Il cielo, oggi, non guarda più indietro. E Matera, come l’Italia intera, dovrà imparare a guardare avanti, e in fretta.
Michela Castelluccio


