L’indice rallenta, ma i prezzi restano alti. Perché la discesa dell’inflazione non si traduce in un sollievo immediato per i consumatori. L’analisi dietro i numeri, tra energia, alimentari e le teorie di Keynes, Friedman e Krugman.
Soffia un vento leggero di sollievo sui conti delle famiglie italiane: l’inflazione rallenta, ma non si ferma. Secondo le ultime stime diffuse dall’Istat, nel mese di maggio 2023 l’indice nazionale dei prezzi al consumo (al lordo dei tabacchi) è cresciuto dello 0,3% su base mensile, mentre su base annua si attesta a un +7,6%, in discesa rispetto all’8,2% di aprile. Numeri che, almeno a prima vista, sembrano preannunciare una tregua sul fronte dei rincari. Ma la realtà, soprattutto al supermercato, racconta un’altra storia: quella di un carrello della spesa che continua a pesare. Come mai? La risposta sta tutta nella natura dell’inflazione e nelle sue dinamiche, ben più complesse di quanto suggeriscano le percentuali. Come insegnava John Maynard Keynes, l’inflazione è «una tassa che non viene votata», un fenomeno insidioso che colpisce silenziosamente il potere d’acquisto. Ma anche la sua apparente ritirata può trarre in inganno. Infatti, parlare di rallentamento dell’inflazione non significa affatto dire che i prezzi stiano calando: significa soltanto che continuano ad aumentare, ma più lentamente. In altre parole, il ritmo della corsa si è fatto più fiacco, ma la direzione resta la stessa. Perché si parli di deflazione, e quindi di una reale diminuzione dei prezzi, occorrerebbe che l’inflazione diventasse negativa. Ecco un esempio concreto: se un bene costava 100 euro a maggio 2022, e oggi ne costa 107,6, vuol dire che è aumentato del 7,6%. Un anno fa, lo stesso bene era salito a 108,2 euro (+8,2%). Il prezzo è sempre alto, ma l’aumento è meno aggressivo.
Un altro punto critico è che il dato Istat rappresenta una media ponderata, utile a descrivere il quadro macroeconomico, ma poco rappresentativa delle singole realtà quotidiane. Come evidenziato dal premio Nobel Paul Krugman, l’inflazione percepita dai cittadini è spesso più alta di quella reale, perché legata a beni di consumo frequente — pane, latte, benzina — che incidono di più sull’esperienza soggettiva dei prezzi. E infatti, guardando ai beni alimentari, una delle voci di spesa più sensibili per le famiglie, si nota un aumento ancora superiore alla media generale: dal +14% di aprile al +13,4% di maggio. In calo, ma pur sempre elevato. Simile il discorso per l’energia elettrica e il gas: nel mercato libero si registra un rallentamento, dal +26,6% di aprile al +20,5% di maggio. Ma si tratta di tariffe ancora pesantissime per molti nuclei familiari. Come nota l’economista italiano Francesco Daveri, docente alla Bocconi, “l’inflazione è come un’onda lunga: anche quando inizia a ritirarsi, lascia dietro di sé i detriti”. Il carico sulle famiglie, infatti, resta alto, soprattutto per chi ha stipendi fermi o redditi fissi. Il rallentamento dell’inflazione non cancella gli aumenti pregressi. l picco inflattivo degli ultimi 18 mesi è stato innescato da una combinazione di fattori straordinari: la ripresa post-pandemia, le tensioni sulle catene di approvvigionamento globali, e soprattutto l’invasione russa dell’Ucraina, che ha avuto un impatto devastante sui mercati energetici europei. Come osserva Kenneth Rogoff, ex capo economista del FMI, “l’inflazione è tornata a mordere quando il sistema globale era più fragile”. Ora la situazione si stabilizza, ma i prezzi restano ben lontani da quelli del 2019. Per usare un’immagine del pensiero monetarista di Milton Friedman, l’inflazione è come il dentifricio: una volta uscito dal tubetto, è difficile farlo rientrare.
La domanda cruciale è: questa discesa dell’inflazione sarà sufficiente a riportare un po’ di respiro nelle tasche degli italiani?
In parte sì, soprattutto se l’andamento si confermerà anche nei prossimi mesi. Ma molto dipenderà anche dalle politiche salariali, dalla capacità delle imprese di assorbire gli aumenti e dal ruolo della politica fiscale. Nel frattempo, la Banca Centrale Europea, guidata da Christine Lagarde, continua ad adottare un approccio prudente: tassi d’interesse alti per domare l’inflazione, ma senza soffocare la ripresa. Un equilibrio complesso, soprattutto in Paesi come l’Italia, dove la crescita è fragile e il debito pubblico elevato. In sintesi, il rallentamento dell’inflazione è una notizia positiva, ma ancora lontana dall’essere una svolta. Per le famiglie italiane significa solo che la corsa dei prezzi sta rallentando: ma il traguardo, quello della stabilità e del sollievo economico, è ancora lontano. Come suggeriva Keynes, “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Ma nel breve, ciò che conta è poter fare la spesa senza timore del conto alla cassa.
Michela Castelluccio


