Correre, saltare, lanciare, per tanto tempo sinonimi di vivere e sopravvivere, nei millenni hanno variato l’accezione di prima necessità, per approdare a più profondi contenuti, quali competere, creare ed emanciparsi. La natura motoria dell’uomo moderno, tuttavia, non è diversa da quella dei nostri antenati, l’uomo non ha dimenticato le proprie capacità ed i propri talenti. L’esigenza di movimento ha insistito ed insiste sull’uomo, l’uomo ha inventato e continua ad inventare nuove forme di movimento con regole ed ingegnosità, che hanno l’obiettivo di soddisfare non solo il corpo ma soprattutto la mente, esaltando l’autogratificazione per gli obiettivi raggiunti ed i propri limiti superati. L’umanità, grazie a Pierre De Coubertin, ha dato in proseguo di tempo valore allo Sport, alla sua cultura ed a tutte le sue discipline. L’aristocratico francese, infatti, partendo dalla ricerca di una spiegazione alla sconfitta francese nella guerra franco-prussiana (1870-1871) era giunto alla conclusione che i francesi non avevano ricevuto un’educazione fisica adeguata e si impegnò per migliorarla. Il Barone voleva anche trovare un modo di avvicinare le nazioni, di permettere ai giovani del mondo di confrontarsi in una competizione sportiva, piuttosto che in guerra. La rinascita dei Giochi avrebbe permesso così di raggiungere entrambi gli obiettivi. L’opera decoubertiniana ha rivoluzionato il significato di sport attribuendogli un contenuto profondo e diverso da quello di passatempo, disegnò la bandiera olimpica e riuscì, dopo tentativi falliti da altri, a ripristinare i “giochi”, aboliti dall’Imperatore Teodosio nel 393 d. C.

Il nero dell’Africa, il rosso dell’America, il giallo dell’Asia, il verde dell’Europa e il blu dell’Oceania, poggiati su un fondo bianco si sono saldati nella bandiera grazie a cerchi simboleggianti l’unione dei continenti, l’universalità dei giochi ed esaltando graficamente il patto di non belligeranza, se non in una competizione leale e sportiva. Lo Sport olimpico è cultura, politica, magia, leggenda, fair play. A De Coubertain, prima segretario poi Presidente del Comitato Olimpico, dopo le Olimpiadi del 1924 a Parigi, successe Henri de Baillet Latour, che scomparve nel 1937. Lo spirito olimpico e sportivo che ardeva tanto in lui da spingere De Coubertain a chiedere che il suo cuore fosse sepolto vicino alle rovine dell’antica Olimpia. Quello spirito olimpico ha annichilito il razzismo tedesco quando nel 1936 il nero Jessie Owens vinse quattro medaglie d’oro a Berlino davanti ad Hiltler e quando nel Sessantotto, anno della contestazione giovanile e delle sommosse nei ghetti neri d’America, dopo l’uccisione di Martin Luther King e quella di Robert Kennedy, il 17 ottobre i medagliati dei 200 mt., gli statunitensi Tommie Smith (oro con il primato mondiale di 19″83) e John Carlos (bronzo) hanno portano la protesta delle pantere nere sul podio e caricato anche di significati sociali e politici la pratica sportiva. Lo sport è stato ed è ancora, poi, mezzo per lo sviluppo dell’uomo ed anelito di rivalsa, sogno che spinse Edson Arantes do Nascimento (Pelé) a ballare con un pallone al piede la sua “ginga”, quando appena 18enne vinse la Sua prima Coppa del Mondo. Lo sport è il ricordo di Dorando Pietri, italiano vincitore esanime sorretto all’arrivo della Maratona del 1908 a Londra e, quindi, squalificato. È per sempre il dito elevato al cielo di Pietro Mennea vincitore nella finale olimpica di Mosca del 1980. Sono le decine di medaglie della grande scuola della Scherma italiana di Mangiarotti, Vezzali, Gaudini, Trillini, Marzi, Delfino e del leggendario Nedo Nadi. Sono le vittorie degli Abbagnale, di Federica Pellegrini (alla Sua quinta olimpiade). Sono i tuffi di Di Biase e Cagnotto (padre e figlia), le evoluzioni equestri di Raimondo e Piero D’Inzeo e la canoa di Josefa Idem. Lo sport è la corsa decontratta e facile del nostro compianto amico e campione Donato Sabia, quando volava a Firenze in 1’43”88, davanti al caballo cubano Alberto Juantorena, secondo tempo in Italia, nel 1984 dietro soltanto al tempo manuale 1’43”7 di Marcello Fiasconaro o quando stabiliva il Primato mondiale dei 500mt. 1’00”35 a Busto Arsizio, Primato imbattuto per ben 29 anni.

Lo sport al grido del motto olimpico “più veloce, più alto, più forte” è cultura e politica, è creatività e coraggio, è esaltazione antropologica delle proprie radici e dei talenti ma soprattutto è donna e uomo, che, seguendo il concetto di De Coubertin, “provano a vincere”, misurandosi contro il tempo, lo spazio e contro i propri limiti.