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Soli nel nido, in attesa di volare

Pubblicato: Martedì, 09 Gennaio 2018

di Federica Pergola

<<E quindi. C’era questa macchia sul tappeto, una chiazza umida, grande come un tavolino da caffè. Non aveva idea di come si fosse formata. Però vedendola si allarmò>>. Con questo incipit rapidissimo Tim Winton, pluripremiato autore australiano, due volte finalista al Man Booker Prize, si scaraventa nella squallida, miserabile esistenza di Tom Keely, un ex ambientalista fino a poco prima conteso da tv e studi legali per le sue battaglie ecologiste e donchisciottesche, e adesso disoccupato, distrutto, finito.

Dopo un episodio di assurda e inaspettata violenza (che però non ci viene mai raccontato con dovizia di particolari) Tom ha lasciato tutto, ha perso la sua reputazione, il suo matrimonio è fallito e si è rintanato in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un grattacielo di Fremantle. Da lì, da quello che è il suo nido (come nidi erano quelli che aveva cercato di salvare nella sua precedente esistenza: gli alberi, e l’habitat necessari alla sopravvivenza di alcune specie di uccelli); da quelle altezze guarda un mondo che non riesce più a comprendere: una terra fatta di contrasti stridenti: lo splendore dei cacatua bianchi- e la straniante e ostile periferia urbana: il porto, le gru, il traffico, i volti anonimi della gente in strada, i rumori del palazzo.

<<Faceva già caldo nel piccolo appartamento, gravido ed ebbro delle cicche, delle docce, delle fritture e delle saponate altrui…Gli odori dei suoi bravi vicini. Ovverosia il tanfo degli estranei, perché i suoi compagni di condominio erano, per lui, degli alieni- nel modo più completo e soddisfacente; anonimi e scollegati dal suo mondo>>.

Ma un giorno, proprio lì, nel suo condominio, incontra una sua vecchia conoscenza: una donna che il padre (e la madre) di Tom avevano accolto in casa quando era bambina, per salvarla da una situazione familiare difficile e pericolosa. Comincia da qui una nuova storia, in cui Tom si troverà sempre più coinvolto, forse anche per cercare di imitare quella figura quasi mitica che era suo padre, un predicatore sempre pronto ad aiutare chi aveva bisogno, un gigante buono quasi impossibile da eguagliare, soprattutto se -come accade a Tom- ci sono nella sua vita intere ore di perdita di coscienza (sarà perché si stordisce con alcol, antidolorifici e psicofarmaci?). O perché questa donna ha un bambino di sei anni che sembra un mistico pieno di saggezza: un bimbo indifeso e bisognoso di protezione che ha delle visioni di morte e disegna la sagoma del suo corpo sfracellato sul marciapiede del palazzo…

Così Tim Winton ci immerge in una storia perturbante e fino alla fine misteriosa, ma ricca di feroce, esilarante ironia:

<<Cercò di concentrarsi sul menù…ogni verdura, ogni singola proteina aveva una provenienza più complessa di un Rembrandt minore>>.

Una storia che parla di solitudini che si incontrano e che cercano di darsi una vicendevole speranza. Una storia capace di commuovere e stupire per la semplicità con cui riesce a raccontare il senso di fallimento:

<<Suo padre.
Di nuovo.
Sempre.
Il padre.
Keely tornò verso casa, frustrato dal fatto che, alla fine, tutto girava sempre intorno a quello. Eppure restava lì, quel buco a forma di padre che aveva dentro, caldo, profondo e più reale di qualsiasi altro concetto che riuscisse ad esprimere>>

l’imbarazzo:

<< Per un momento non ti ho riconosciuto, gli disse. La barba.
Già. Certo.
Ma pensa.
Hai visto.
Insomma?
Come va?>>

Ma anche il desiderio di continuare a credere e ad amare:

<<Ma Keely non poteva crederle. Anche se i fatti le davano ragione, non poteva rinunciare a quell’ultimo brandello di fiducia. L’amore, da qualche parte, doveva servire a qualcosa, altrimenti davvero si sarebbe buttato dalla finestra>>.

E in tutto il libro si aspetta questo: un volo (una caduta?)

A noi rispondere.

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Il nido, di Tim Winton, Fazi Editore, pp. 442, €19.50  

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