Becchetti, la fotografia è una menzogna

Pubblicato: Mercoledì, 14 Febbraio 2018

A quattro anni dalla sua scomparsa un’ampia antologica al CAOS di Terni

di Paolo Sasso 

Sandro Becchetti, Claudia Cardinale

Questa per me è stata la fotografia: la menzogna, una componente essenziale della verità. Le mie macchine fotografiche contenevano, per me, intendo dire, tutte le immagini possibili, ma come le platoniche ombre contenevano anche il loro contrario”.

Sono parole del fotografo Sandro Becchetti, morto a Lugnano in Teverina  (Terni) il 5 giugno del 2013  (era nato a Roma nel 1935 da famiglia originaria dell’Umbria e aveva iniziato la propria attività nella seconda metà degli anni Sessanta). Per lunghi anni ha documentato la realtà sociale, politica e culturale del nostro Paese; nella capitale ha avuto l’opportunità di registrare gli sviluppi di una società in pieno mutamento, non solo nelle strade e nelle piazze, ma anche nei palazzi del potere: nomi illustri della cultura e dello spettacolo, personalità della vita politica ed economica sono stati i soggetti dei suoi ritratti; in mostra anche alcuni scatti sul paesaggio umbro e dieci fotografie realizzate alle Acciaierie di Terni negli anni Settanta, di cui alcune inedite.

 

Sandro Becchetti. A sinistra: Pier Paolo Pasolini - A destra: Federico Fellini

La mostra “Sandro Becchetti. L’inganno del vero”, A quattro anni dalla sua scomparsa, curata da Valentina Gregori e da Irene Labella, in collaborazione con l’associazione Primavere Urbane e il Sistema Museo e allestita al CAOS di Terni, ripropone un affascinante viaggio attraverso la storia della cultura e dello spettacolo degli ultimi decenni attraverso lo sguardo del “fotoreporter” che dagli anni del boom e della “dolce vita”, con la sua piccola Leica, ha fermato sguardi, movimenti, ambientazioni, tracce della vita complessa e unica di quei “protagonisti” (della “storia” e della cronaca)  che Becchetti ha ritratto in oltre quaranta anni di lavoro segnato da una passione spesso conflittuale per un mestiere, quello del fotografo, capace di sintetizzare in uno scatto menzogna e verità.

 

 

I personaggi noti (tra i tanti altri, Fellini, Hitchcock, Truffaut, Joseph Beuys, Gunther Grass, Pasolini, Valentina Cortese, Claudia Cardinale, Anita Ekberg, Dustin Hoffman, Amos Oz) nei suoi ritratti, sono raccontati non solo tramite l’immagine, mai banale e a tratti velata di una bonaria e sottile ironia. In mostra si trovano rappresentati, con bellissime immagini, gli altri “filoni” del suo lavoro, dalla documentazione della “quotidianità”, del mondo del cinema e della cultura, alla rappresentazione di situazioni anche di “disagio” e di fermenti culturali e politici che, a partire dagli anni ’60, attraversarono l’Italia e l’Europa delle contestazioni, degli scontri sociali, delle dure contrapposizioni politiche; predominano comunque i ritratti, che testimoniano del forte interesse di Becchetti per l’uomo, per i suoi tratti originali, per le sue vicende professionali, per il suo universo di relazioni. Il suo occhio ha saputo cogliere spunti altrettanto significativi, aprendo l’obiettivo non solo alla contemporaneità di cui è stato testimone ma anche a una più profonda interiorità, trasferendo così personaggi e avvenimenti dalla “cronaca” alla “storia”.

 

Sandro Becchetti. A sinistra: Anita Ekberg - A destra: Laura Antonelli

Sta di fatto che Becchetti – come ben suggerisce il titolo della mostra - non si è mai lasciato illudere dalla “verità” raccontata dalla fotografia; “diventai ritrattista – ha detto - anche bravo, a detta di molti. A mio giudizio, mediocre, proprio per la mediocrità dell’inganno: un clic non condenserà mai una vita e spesso (salvo rare eccezioni) i segni di una faccia dissimulano più che rivelare”. Per Becchetti, come ha scritto Michele Smargiassi, il ritratto fotografico “era un incontro che non escludeva lo scontro, era una relazione tra umani, a volte superficiale, a volte entusiasmante e rivelatrice, sempre carica di emozione”. Forse, un “odi et amo”, quello di Becchetti per il lavoro che ha riempito quattro decenni della sua vita, dal quale però  – come lui stesso ha riconosciuto -, ha ricevuto tantissimo: “Sono cresciuto, grazie all’esperienza fotografica, soprattutto umanamente. Ritengo di essere diventato una persona migliore, perché migliore era il mondo che i protagonisti delle mie foto si auguravano e per il quale si battevano”.

 

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