Voglio solo andare alla deriva…

Pubblicato: Venerdì, 07 Settembre 2018

di Federica Pergola

«Tranne poche eccezioni, i documenti che costituiscono questo romanzo sono frutto della mia invenzione: ho parafrasato brani di Cicerone, ho rubato brevi passaggi delle Res Gestae di Augusto, e ho copiato un frammento di un volume perduto delle Historiae di Livio». Così John Williams nella nota dell’autore in apertura di Augustus. Cioè a dire: si tratta di un romanzo, ragazzi. Un’opera di finzione letteraria, non un documento storico.

E però che Roma (del 43 a.C.) ci restituisce questo meraviglioso romanzo (che valse all’autore, oggi fenomeno di culto internazionale grazie soprattutto a Stoner, il National Book Award nel 1973).

Immagina, se vuoi, una città che occupa forse la metà dell’area di Alessandria e contiene entro le sue mura più del doppio della popolazione. (…) Una città di oltre un milione di abitanti. Qui arriva gente da ogni parte del mondo-negri dalle sabbie ardenti dell’Africa, pallidi biondi del gelido nord, e ogni sfumatura intermedia. E che intrico di lingue! Tutti, però, parlano un poco di latino o di greco, per cui nessuno si sente straniero.”

Dopo una lettera di Giulio Cesare ad Azia, con la quale il grande condottiero intima la nipote di mandare suo figlio Ottaviano ad Apollonia - “deve tenersi lontano da Roma. È un giovane abbiente, di alto rango e di notevole bellezza. Se non sarà l’ammirazione dei giovinetti e delle fanciulle a corromperlo, lo guasteranno le ambizioni degli adulatori” – comincia la storia di Gaio Ottaviano Augusto, nipote di Cesare e da lui nominato suo successore. E attraverso epistole, diari, documenti “storici” e invenzioni letterarie, ecco rivivere i fasti e le crudeltà dell’antica Roma, mentre prendono vita figure come Cicerone e Tito Livio, Orazio e Marco Antonio. In una narrazione attenta a dare umanità e profondità, intima e psicologica, ai suoi personaggi; sempre concentrata sulle “verità della finzione”:

se vi sono delle verità in quest’opera esse appartengono alla finzione più che alla storia

Quando, alle Idi di marzo del 44 a.C., Ottaviano è ancora un diciottenne fragile e immaturo, Cesare viene assassinato. E’ il momento, dunque. Lui, designato erede, sa che adesso lo aspetta una dura lotta per la scalata al potere.

Gli ufficiali rompono il cerchio per farlo passare e lui discende la collina. A lungo rimaniamo a guardarlo, mentre attraversa i campi deserti come un ragazzino sperduto: si muove lentamente, cambiando spesso direzione, quasi cercasse la strada” (…) “Ieri sembravano tutti miei amici. Ora non posso fidarmi più di nessuno”.

Adesso, infatti, è il momento delle decisioni da cui non c’è ritorno.

Domani salperemo per l’Italia. E ora dovete scegliere. Chiunque tornerà con me, legherà il suo destino al mio. E io non posso promettervi nulla, se non che incontreremo la stessa sorte. (…)

E’ l’alba di un nuovo mondo, di un nuovo regno ancora tutto da conquistare e costruire. Così, a Quinto Salvidieno Rufo, uno dei primi fedelissimi amici di Ottaviano, John Williams fa dire:

Nell’immobilità del primo mattino gli eventi di ieri mi appaiono lontani e irreali. So che il corso della mia vita-delle vite di tutti noi-è cambiato per sempre. Cosa proveranno gli altri? Lo avranno capito anche loro? Avranno capito che davanti a noi si apre una strada che ci condurrà alla morte o alla grandezza?”

E dopo la lunga ed estenuante lotta per la conquista del potere, dove di volta in volta gli alleati di un tempo si trasformano in nemici da combattere o in avversari da controllare e contenere; dove anche gli amici più cari si perdono lungo la strada -

Ottaviano è cambiato; non è più l’amico che avevamo ad Apollonia. Un tempo sapevamo tutto l’uno dell’altro…E io -l’amico con cui un tempo si confidava, cui spalancava il cuore senza remore- non lo riconosco più. Sarà che il dolore per la morte dello zio non l’abbandona? Sarà che quel dolore si è rappreso, cristallizzandosi in ambizione? (…) Mi sento inquieto, per la prima volta dubito della bontà della nostra linea d’azione. Ogni successo rivela difficoltà impreviste e ogni vittoria aumenta la portata di una nostra eventuale sconfitta

- dopo, quando tutto è compiuto e Ottaviano è l’imperatore del mondo, perché aleggia una malinconia triste, perché riecheggiano le parole che lo stesso Cesare scrisse al suo pupillo: “Ho conquistato il mondo, ma non c’è una sua sola parte che possa dirsi al sicuro; ho indicato la libertà al popolo e il popolo la fugge come una malattia. E ignoro dove stiamo andando, mentre conduco la patria verso il suo destino. Questi, mio caro nipote che vorrei chiamare figlio, sono i dubbi che affliggono l’uomo che tutti vorrebbero come re”?

?Perché lo stesso Ottaviano scriverà, 60 anni dopo la conquista del regno!, “fu il destino ad afferrarmi, quel pomeriggio ad Apollonia. E io scelsi di non sottrarmi al suo abbraccio (…) ma ora voglio solo andare alla deriva, dovunque mi conduca il mare”?

E questa tristezza leggera, e malinconica come un tramonto di fine estate, sembra suggerire che, sì, forse sono gli eventi del mondo a intrappolare gli uomini – e a distruggerli.

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Augustus di John Williams, Fazi editore, pp. 409, €18,00

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